Il termine extraterrestre indica – ovviamente – qualsiasi oggetto di provenienza esterna al pianeta Terra. La loro esistenza, ad oggi, non è stata verificata, ma il dubbio che forme di vita a noi sconosciute possano esistere non solo ci affascina, ma con il trascorrere degli anni ha preso sempre più piede.

Se n’è accorto il mondo del cinema che ci ha regalato capolavori fantascientifici diventati poi veri e propri cult. Ne è un esempio Incontri ravvicinati del terzo tipo del 1977, diretto da Steven Spielberg. Una pietra miliare del genere fantascientifico, in particolare di quel filone dedicato al rapporto della razza umana con quella aliena.

Sulla base di una filmografia ben definita, Paola Randi ci regala quello che probabilmente è uno dei film italiani più belli dell’anno, stiamo parlando di Tito e Gli Alieni, presentato in anteprima al Torino Film Festival. Quali sono gli ingredienti di questa favola aliena dal sapore tutto italiano? Il protagonista, un Valerio Mastandrea in stato di grazia, una coprotagonista deliziosa, Clémence Poésy, due talentuosissimi comprimari, Luca Esposito e Chiara Stella Riccio, un deserto e una sceneggiatura a dir poco accattivante.

Valerio Mastandrea, baffuto e lunare, è uno scienziato vedovo e solitario che lavora nell’Area 51, una zona militare a nord di Las Vegas (Nevada). Il suo isolamento, già turbato da una bella collega, viene sconvolto dall’arrivo dei suoi nipoti napoletani, rimasti orfani. Alla sua opera seconda, la regista Paola Randi firma un piccolo gioiello, coloratissimo e agrodolce, che strizza l’occhio al cinema fantascientifico anni ’80, e che mescola fantasmi, desideri, nostalgia, amore, famiglia e immaginazione.

tito e gli alieni

L’idea di Tito e gli Alieni nasce da un’esperienza personale della regista: suo padre, che nell’ultimissimo periodo della sua vita ha cominciato a perdere la memoria, un giorno si ritrovò a fissare un ritratto della madre appeso al muro, questo per cercare di conservarne il ricordo per l’eternità. È nata così un’immagine: un uomo in un deserto, sul divano, con un’antenna alla ricerca di suoni nello spazio.

Un’intuizione geniale, quella della Randi, che le permette di costruire la storia di una famiglia non tradizionale, una famiglia inevitabilmente sconquassata da perdite e accadimenti ma che, nella sfortuna, cerca di riorganizzarsi. La fantascienza, dunque, genere adatto a sognatori e aspiranti tali, è il mezzo per raggiungere un fine.

Ma lo scopo non è solo quello di rintracciare nello spazio inesplorato tracce di vita ignota, no. Tito e Gli Alieni pone una domanda tra le più universali: come affrontiamo, come potremmo affrontare il dolore? Di fantascientifico non c’è molto, il film è una grande metafora che ci parla di ricordi, di perdite, di sogni e di paure.
La provenienza dei due piccoli protagonisti, Tito e Anita, non è per nulla casuale: la genuinità partenopea, infatti, è utile per avvicinare lo spettatore ad una realtà più “terrena”. D’altronde si sa, quale popolo, se non quello napoletano, può esserci utile per parlare di defunti alternando momenti di ilarità a momenti di grande commozione?

In questo scenario, il protagonista – The Professor/Valerio Mastandrea – regala una delle performance più toccanti della sua carriera: visibilmente danneggiato da una vita di sofferenze e insuccessi, da solitario e burbero smussa i suoi angoli riscoprendo l’amore in tutte le sue forme. Lodevole il tentativo di imitare l’accento napoletano, davvero difficile per un romano come lui, e degno di nota l’episodio in cui l’attore improvvisa un ballo con L.I.N.D.A., robot computerizzato dotato di intelligenza artificiale, ispirato a C1-P8 della fortunata saga Star Wars.

Totalmente fantascientifico, invece, il luogo in cui questa storia prende vita. Girata tra Nevada e Almería (Spagna), la pellicola è ambientata in quella che, nell’immaginario collettivo, potrebbe essere l’Area 51. Inquadrature a campo lunghissimo, principalmente descrittive e celebrative, si alternano ad altre in cui si ristabilisce un equilibrio tra personaggi e ambiente, anch’esso protagonista a modo suo. A completare il lavoro spettacolare di una regista visionaria anche la colonna sonora, realizzata in parte dal compianto Fausto Mesolella, a cui la pellicola è peraltro dedicata.

In Italia è molto difficile trovare e realizzare film come Tito e Gli Alieni, in cui il genere, aiutato da una componente poetica, dà un senso diverso all’esperienza cinematografica. Un film che stimola la fantasia e i sentimenti, cerca la profondità e ci strappa una lacrima dopo averci donato un sorriso.

Dove sono, allora, gli alieni? Forse sono più vicini a noi di quanto si possa immaginare.

Photo Credits: Bibifilm