Giunto a Roma insieme alla regista Lynne Ramsay per presentare il film A Beautiful Day, Joaquin Phoenix, tra grazia e disinvoltura, ha chiacchierato con la nostra Mara Siviero.

Intervista e traduzione a cura di Mara Siviero, Matteo Marescalco e Laura Silvestri.

Immaginate tre ragazzi, tre studenti, tre amici che provano a fare i critici, passeggiare nel cuore di Roma in una giornata di sole.
La sera sarebbero andati all’anteprima stampa di A Beautiful Day – You Were Never Really Here e la mattina seguente alla conferenza di presentazione del film con Joaquin Phoenix.
Immaginate sempre queste tre persone trovarsi davanti proprio Joaquin Phoenix , in compagnia di Rooney Mara.
Da lì in poi mai si sarebbero aspettati il prosieguo.
Parlare con lui una decina di minuti.
Essere richiamati dall’ufficio stampa poco dopo la fine della conferenza dell’indomani e sentirsi dire “Joaquin ci ha detto di cercarvi, vorrebbe organizzare con voi un’intervista privata. Vi va di venire?”.
Tra lo sconcerto, la risposta è scontata: certo che sì!
Quei ragazzi cercano di preparare delle domande che abbiano senso.
Phoenix li accoglie contento, si siedono in giardino e cominciano a parlare.
Il suo sguardo è profondo, i suoi occhi sembrano aver visto tutto quello che c’è da vedere, narratori di un’anima saggia e genuina. Una chiacchierata, più che una vera e propria intervista, a cuore e a mente aperta, tra letìzia e malinconia, tra carriera e vita quotidiana.
E rendersi conto di quello che è successo è come trovarsi sulla nave di Lancaster Dodd dopo una sbronza e cercare di capire come si è arrivati sin lì.

In che modo un attore come lei riesce a conciliare la persona e l’icona?

Quando lavoro, lavoro. La mia vita diventa lavoro e tutto quello che faccio in quel momento gira attorno al quello.
Le persone con cui lavoro diventano miei amici. Ma quando torno a casa, quando torno alla mia vita, porto fuori il cane, gli do da mangiare, pulisco casa. La mia vita torna subito ad essere quella di sempre.
Amo fare film, è molto importante per me ma anche la mia vita personale è importante. A volte credo sia pericoloso mettere il lavoro sopra ogni cosa e dimenticarsi del resto. E vedo che questo accade a diversi attori, che vengono assuefatti dalla loro carriera e la cosa mi spaventa. Certo, la carriera è importante ma non deve interferire con le mie relazioni personali e con la mia famiglia.

Chi è il suo eroe?

Probabilmente mia madre.
È una donna incredibile, quello che fa è fantastico.
Ha 74 anni e gira il mondo per la sua organizzazione. È una persona eccezionale, e cerco di diventare come lei.

Visti i film da lei interpretati, come Quando l’amore brucia l’anima – Walk the line o il mockumentary I’m Still Here, la musica è un po’ il leitmotiv della sua carriera.
Com’è il suo rapporto con la musica? Suona qualche strumento?

Ho imparato a suonare la chitarra per Quando l’amore brucia l’anima-Walk the line ed è parecchio che non la suono.
È buffo, ci stavo pensando l’altro giorno: non lo so, forse sto invecchiando, ma mi sono rattristato un po’ pensando a quando ero giovane, a quando compravo un cd con i miei amici, mi sedevo lì con loro, e lo ascoltavamo tutti insieme, per tutta la sua durata. Ogni singola canzone.
Adesso mi rendo conto di ascoltare meno musica e quando lo faccio c’è questa sensazione che mi fa dire “Ah sì, cavoli! Ricordo questa sensazione! Adoro la musica!”.
Ma a volte non la stessa cosa di quando ero un ragazzino. Forse perché quando ero piccolo non era semplice ascoltare la musica: all’epoca non era così semplice procurarsela. Venivi a sapere che sarebbe uscito il nuovo cd dei Public Enemy, ma si dovevano aspettare mesi per averlo. E ci si precipitava al negozio di dischi.
Però io adoro la musica, tutti i miei fratelli sono musicisti: mia sorella Rain fa parte di diversi gruppi, è una cantante; mia sorella Liberty ha una band della quale non ricordo il nome ma che fino a ieri ha fatto il tutto esaurito; mia sorella Summer è una pianista. Cantavo per strada quando ero ragazzino e , sì, la musica fa davvero parte della mia vita.

Qual è il suo cantante preferito?

Beh, direi che John Lennon è il mio preferito e, cavoli, amo tanto Bowie!

Non le piacciono cose più recenti, tipo le band anni ’90, tipo i Backstreet Boys?

Beh,  c’è qualche canzone che è un po’ impossibile non farsi piacere. Il pop è divertente, ma in certi contesti. Quando ascolto questo genere non mi fa emozionare. Anche se è bello divertirsi e talvolta uscirsene con “Backstreet’s Back, Alright!”

Nei film di James Gray, come I padroni della notte, Two lovers e C’era una volta a New York, i suoi personaggi sembrano dei fantasmi, hanno molti tormenti interiori e sembra che i film li rispecchino.
In che modo ha lavorato con James Gray, come si sono creati gli ambienti ad hoc per costruire i suoi personaggi?

James è una persona che tiene molto ai particolari e a quello che possono dire riguardo i personaggi e le loro esperienze. A volte si metteva a suonare sul set per creare una certa sintonia, per far sì che l’ambente potesse influenzare positivamente l’interpretazione. È qualcosa a cui James tiene molto.

Come sceglie i copioni che le arrivano? Come li seleziona?

Davvero non lo so. Onestamente è qualcosa di istintivo. È come cercare di spiegare quando ci si innamora, è come quando sei con una persona cordiale e gentile e vorresti essere come lei, è come dire “oh sì, questo è ciò che stavo cercando”.
A volte è un sentimento che non si riesce a spiegare. Accade talmente velocemente che non ce se ne rende conto. Se scelgo una sceneggiatura, di solito lo so subito. È questione di chimica.

C’è un ruolo che le piacerebbe interpretare o reinterpretare? Ce n’è qualcuno al quale è particolarmente affezionato?

A dire il vero, non ho un ruolo dei sogni e di quelli che ho interpretato ognuno mi ha colpito in modo diverso.
Ma è l’esperienza che conta, come quella di lavorare con Philip Seymour Hoffman e Paul Thomas Anderson. È stata una delle esperienze migliori della mia vita. Li amo molto e lavorare con loro è stato qualcosa di magnifico. Penso a quei momenti, a quando giravamo i film insieme e li trovo fondamentali.

La domanda è banale:  c’è un film che le piace molto?

Ah, non saprei! Ho visto Il Dottor Stranamore un sacco di volte, lo stesso vale per Il Padrino, Toro Scatenato e Fratellastri a 40 anni. Se mi capita di vedere un film lo guardo e non posso fermarmi.
Ci sono film di registi, come Paul, che non si possono non vedere e rivedere. E quella è la cosa più bella: quando un film lascia una sensazione di rimando e quando li rivedi provi sempre nuove sensazioni. A volte un film che si vede da bambino lo si percepisce in un modo e una volta che lo si rivede da adulto si sviluppa una relazione differente. Ed è bello notare come un film sia in grado di mutare le emozioni e di darne così tante.

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