Willem Dafoe, protagonista di At Eternity’s Gate, conquista la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile di Venezia 75

A quanti di voi è capitato di emozionarsi davanti a un’opera d’arte? Ci sono dipinti capaci di toccare punti profondi della nostra anima, di smuovere sentimenti forti e genuini soltanto stando lì, appesi a una parete. Per me Van Gogh è sempre stato uno di quegli artisti. Avevo aspettative molto alte sulla qualità di questo film perché volevo poter rivivere quelle emozioni tipiche di quando ammiro le sue opere.

Partecipando alla conferenza stampa ho scoperto che anche il regista Julian Schnabel aveva questa speranza: voleva che lo spettatore davanti al suo film si sentisse come in un museo a contemplare, chessò, Notte stellata. Il suo culto verso Van Gogh è talmente grande che ha voluto tentare un omaggio forse un po’ troppo ambizioso. Sì, perché diciamocelo, pensare di poter trasmettere le stesse emozioni che ci regalano i dipinti di uno dei più grandi artisti della storia, è un tantino pretenzioso.

Al di là degli intenti del regista, il film nel suo complesso rimane debole, nonostante vanti una fotografia pittorica. At Eternity’s Gate si perde in questa ambizione autoriale: è troppo lento, troppo lungo, troppo dilatato e la quasi assenza di dialoghi non aiuta di certo a renderlo più stimolante.

Altra nota negativa è la colonna sonora. Verrebbe spontaneo pensare: “Ok, i dialoghi sono ridotti all’osso, quindi la musica sarà sicuramente curata nei minimi dettagli”. E invece tocca sempre sentire lo stesso susseguirsi di note durante tutto il film, melodia che ad un certo punto della visione diventa quasi fastidiosa e soporifera.

Vanno dati, però, dei crediti.

Di biopic su Vincent Van Gogh ne sono già stati girati parecchi, tutti con lo stesso “effetto documentario” che rischia di rendere la storia di vita di un genio estremamente piatta e troppo didascalica. At Eternity’s Gate si allontana da questo genere di biografie, raccontando l’artista con un’incredibile sensibilità, raffigurandolo come un uomo che non può vivere senza dipingere e che soffre di disturbi mentali. A donare così tanta credibilità al personaggio è l’immenso Willem Dafoe, così incredibilmente bravo da meritare la Coppa Volpi e, chissà, forse anche un Oscar.

At Eternity’s Gate non conquista un Sì convinto. L’intento di base c’è, la sensibilità e il rispetto pure, l’attore perfetto non manca, ma tutto il resto è lasciato al caso. Come in un dipinto: anche se il soggetto principale rasenta la perfezione, l’occhio umano punterà sempre all’orizzonte e se i dettagli che vedrà non gli piaceranno, tutta l’opera verrà compromessa.