Giunto a Roma insieme alla regista Lynne Ramsay per presentare il film A Beautiful Day, Joaquin Phoenix, tra grazia e disinvoltura, si è raccontato ai nostri microfoni

Sguardo è profondo, occhi che sembrano aver visto tutto quello che c’è da vedere, narratori di un’anima saggia e genuina. 

Una chiacchierata, più che una vera e propria intervista, a cuore e a mente aperti, tra letìzia e malinconia, tra carriera e vita quotidiana.

In che modo un attore come lei riesce a conciliare la persona e l’icona?

Quando lavoro, lavoro. La mia vita diventa lavoro e tutto quello che faccio in quel momento gira attorno al quello.
Le persone con cui lavoro diventano miei amici. Ma quando torno a casa, quando torno alla mia vita, porto fuori il cane, gli do da mangiare, pulisco casa. La mia vita torna subito ad essere quella di sempre.
Amo fare film, è molto importante per me ma anche la mia vita personale è importante. A volte credo sia pericoloso mettere il lavoro sopra ogni cosa e dimenticarsi del resto. E vedo che questo accade a diversi attori, che vengono assuefatti dalla loro carriera e la cosa mi spaventa. Certo, la carriera è importante ma non deve interferire con le mie relazioni personali e con la mia famiglia.

Chi è il suo eroe?

Probabilmente mia madre.
È una donna incredibile, quello che fa è fantastico.
Ha 74 anni e gira il mondo per la sua organizzazione. È una persona eccezionale, e cerco di diventare come lei.

Visti i film da lei interpretati, come Quando l’amore brucia l’anima – Walk the line o il mockumentary I’m Still Here, la musica è un po’ il leitmotiv della sua carriera.
Com’è il suo rapporto con la musica? Suona qualche strumento?

Ho imparato a suonare la chitarra per Quando l’amore brucia l’anima-Walk the line ed è parecchio che non la suono.
È buffo, ci stavo pensando l’altro giorno: non lo so, forse sto invecchiando, ma mi sono rattristato un po’ pensando a quando ero giovane, a quando compravo un cd con i miei amici, mi sedevo lì con loro, e lo ascoltavamo tutti insieme, per tutta la sua durata. Ogni singola canzone.
Adesso mi rendo conto di ascoltare meno musica e quando lo faccio c’è questa sensazione che mi fa dire “Ah sì, cavoli! Ricordo questa sensazione! Adoro la musica!”.
Ma a volte non la stessa cosa di quando ero un ragazzino. Forse perché quando ero piccolo non era semplice ascoltare la musica: all’epoca non era così semplice procurarsela. Venivi a sapere che sarebbe uscito il nuovo cd dei Public Enemy, ma si dovevano aspettare mesi per averlo. E ci si precipitava al negozio di dischi.
Però io adoro la musica, tutti i miei fratelli sono musicisti: mia sorella Rain fa parte di diversi gruppi, è una cantante; mia sorella Liberty ha una band della quale non ricordo il nome ma che fino a ieri ha fatto il tutto esaurito; mia sorella Summer è una pianista. Cantavo per strada quando ero ragazzino e , sì, la musica fa davvero parte della mia vita.

Qual è il suo cantante preferito?

Beh, direi che John Lennon è il mio preferito e, cavoli, amo tanto Bowie!

Non le piacciono cose più recenti, tipo le band anni ’90, tipo i Backstreet Boys?

Beh,  c’è qualche canzone che è un po’ impossibile non farsi piacere. Il pop è divertente, ma in certi contesti. Quando ascolto questo genere non mi fa emozionare. Anche se è bello divertirsi e talvolta uscirsene con “Backstreet’s Back, Alright!”

Nei film di James Gray, come I padroni della notte, Two lovers e C’era una volta a New York, i suoi personaggi sembrano dei fantasmi, hanno molti tormenti interiori e sembra che i film li rispecchino.
In che modo ha lavorato con James Gray, come si sono creati gli ambienti ad hoc per costruire i suoi personaggi?

James è una persona che tiene molto ai particolari e a quello che possono dire riguardo i personaggi e le loro esperienze. A volte si metteva a suonare sul set per creare una certa sintonia, per far sì che l’ambente potesse influenzare positivamente l’interpretazione. È qualcosa a cui James tiene molto.

Come sceglie i copioni che le arrivano? Come li seleziona?

Davvero non lo so. Onestamente è qualcosa di istintivo. È come cercare di spiegare quando ci si innamora, è come quando sei con una persona cordiale e gentile e vorresti essere come lei, è come dire “oh sì, questo è ciò che stavo cercando”.
A volte è un sentimento che non si riesce a spiegare. Accade talmente velocemente che non ce se ne rende conto. Se scelgo una sceneggiatura, di solito lo so subito. È questione di chimica.

C’è un ruolo che le piacerebbe interpretare o reinterpretare? Ce n’è qualcuno al quale è particolarmente affezionato?

A dire il vero, non ho un ruolo dei sogni e di quelli che ho interpretato ognuno mi ha colpito in modo diverso.
Ma è l’esperienza che conta, come quella di lavorare con Philip Seymour Hoffman e Paul Thomas Anderson. È stata una delle esperienze migliori della mia vita. Li amo molto e lavorare con loro è stato qualcosa di magnifico. Penso a quei momenti, a quando giravamo i film insieme e li trovo fondamentali.

La domanda è banale:  c’è un film che le piace molto?

Ah, non saprei! Ho visto Il Dottor Stranamore un sacco di volte, lo stesso vale per Il Padrino, Toro Scatenato e Fratellastri a 40 anni. Se mi capita di vedere un film lo guardo e non posso fermarmi.
Ci sono film di registi, come Paul, che non si possono non vedere e rivedere. E quella è la cosa più bella: quando un film lascia una sensazione di rimando e quando li rivedi provi sempre nuove sensazioni. A volte un film che si vede da bambino lo si percepisce in un modo e una volta che lo si rivede da adulto si sviluppa una relazione differente. Ed è bello notare come un film sia in grado di mutare le emozioni e di darne così tante.