Diretto da Stefano Mordini e prodotto dalla Warner Bros. Italia, dal 13 dicembre sarà in sala Il Testimone Invisibile.

Questa la sinossi ufficiale:
Adriano Doria, un giovane imprenditore di successo, si risveglia in una camera d’albergo chiusa dall’interno accanto al corpo senza vita della sua amante, l’affascinante fotografa Laura. Viene accusato di omicidio ma si dichiara innocente. Per difendersi, incarica la penalista Virginia Ferrara, famosa per non aver mai perso una causa. L’emergere di un testimone chiave e l’imminente interrogatorio che potrebbe condannarlo definitivamente, costringe Adriano e l’avvocato Ferrara a preparare in sole tre ore la strategia della sua difesa e a cercare la prova della sua innocenza. Spalle al muro, Adriano sarà costretto a raccontare tutta la verità.

Più vicino ai Thriller come struttura, maggiormente paragonabile al genere Noir per quanto riguarda l’ambiguità dei personaggi protagonisti, Il Testimone Invisibile sembra un film che guarda in più direzioni per cercare, tentare di crearsi una propria identità.

Apparentemente impostato come una corsa contro il tempo, un conto alla rovescia lungo 180 minuti, il film vuole caricare lo spettatore di tensione ancora prima che vengano rivelati i peccati e le colpe dei personaggi protagonisti. In pochi minuti è chiaro come si ambisca a diventare un gioco psicologico tra vittima e carnefice, tra cliente e avvocato, tra tempo e psicologia. Tra chi è seduto in casa (o in sala) sperando di uscirne e chi è lì temporaneamente per salvare l’insalvabile. Ma quanto ci è riuscito? Non troppo.

Nonostante l’idea apprezzabile e il nobile tentativo di portare sul grande schermo un genere che in Italia trova più spazio in televisione che al cinema, Il Testimone Invisibile non riesce a soddisfare completamente le aspettative. Complice una regia troppo neutra per dare un taglio che risulterebbe decisivo per un film di genere come questo, il problema principale risiete nella sceneggiatura.

Basata sui personaggi troppo perfetti, in grado di trasformarsi da meccanici a vendicatori o da fotografi a contrabbandieri in poco più che uno schiocco di dita (senza limiti né fisici né economici) e con i quali non si riesce a entrare in empatia nonostante i numerosi tentativi, il problema principale risiete nei dialoghi che li vedono protagonisti. Finti, stereotipati e poco originali, non sono in grado di aiutare e sostenere la forza dell’idea dietro il film di Stefano Mordini, nonostante le buone performance recitative di Riccardo Scamarcio (sempre più a suo agio in questi ruoli “impegnati”), Fabrizio Bentivoglio e Miriam Leone (pronta a sfoderare una serie di look decisamente diversi dal solito).

Diverso è il lavoro di Maria Paiato, che rispetto ai suoi colleghi dà alla sua interpretazione un taglio teatrale, che per quanto evidentemente differente dal resto del cast sarà più che giustificato oltre che apprezzato.

A sottolineare la forzatura della sceneggiatura del film sono i dettagli “nascosti” che dovrebbero colpire lo spettatore in una serie di punti di svolta del film. Tanto nascosti non sono. Tutto questo non dona il giusto risalto al colpo di scena finale che resterà una delle situazioni più eccitanti del film, merito di un lavoro tecnico e artistico (che non vi sveleremo) che spesso, in Italia, non viene sfruttato a meglio.

A confondere ulteriormente ci sono le musiche tetre e forti e gli ambient puliti e nordici che ci accompagnano durante tutta la visione che sembrano voler dare al film un taglio visivo internazionale che non giova se messi in relazione agli aspetti poco positivi appena elencati.  

É nel cercare di creare un prodotto visivamente poco italiano che il film sbaglia, avendo invece tecnicamente tutte le caratteristiche alle quali il pubblico medio è abituato e per le quali non possiamo non dirvi di andare in sale. Anche se non convince al 100%, Il Testimone Invisibile resta un ottimo tentativo di riportare un genere che si spera, dopo questo film, abbia più spazio nella scena italiana.