Finalmente è arrivato al cinema Il Re Leone diretto da Jon Favreau, uno dei film più attesi dell’anno

Siamo tutti collegati nel grande cerchio della vita.
Ma siamo tutti collegati anche quando si parla de Il Re Leone

La storia del film di Jon Favreau, in uscita il 21 agosto, è la stessa di quello del 1994: Simba è il futuro re della savana africana, prova una grande ammirazione per suo padre, Re Mufasa, e prende davvero sul serio il proprio destino.
Tuttavia, alle spalle di chi celebra l’arrivo del futuro re, c’è Scar, fratello di Mufasa: egli, senza la nascita del nipote, sarebbe stato l’erede al trono. Sarà proprio Scar a salire alla Rupe dei Re grazie ai suoi piani malvagi, tra tradimenti inferti al fratello e l’esilio di Simba.

Ma sarà proprio Simba che, cresciuto con una curiosa coppia di amici, Timon e Pumbaa, e dopo un incontro fortuito con la sua amica d’infanzia, Nala, imparerà a trovare il suo posto nel mondo e riprendersi quello che gli spetta per il bene di tutti.

Ciò che inevitabilmente colpisce subito lo spettatore è la parte visiva del film, una vera e propria magnificenza composta da immagini fotorealistiche realizzate a computer, unita alle tecniche del cinema live action. Pertanto, non si può parlare di film in stile live action puro, per i motivi di cui sopra, come i suoi predecessori o come i film successivi che Disney ha in serbo.

Ogni inquadratura è visivamente ricercata, tutto tende alla realtà in maniera estrema, tanto da dare vita ad un eccellente compito estetico tendente alla perfezione.

Di base, Il Re Leone è una copia carbone dell’originale e, a parte qualche novità contenutistica (racchiusa in una manciata di brevi sequenze) rientra nel range del shot-for-shot. Il film è una riproposta di tutte le inquadrature originali, con un nuovo estetismo (artificiale e artificioso) che cede molto all’enfasi documentaristica.

Cadendo inevitabilmente nelle emozioni, le lacrime arrivano agli occhi quando alle immagini di questa trasposizione cinematografica si sovrappongono quelle del film d’animazione. Allora la magia prende vita, evocata dalla nostra memoria.

Perché quelle sequenze da musical alla Busby Berkeley come in Sarò re e Voglio diventare presto un re, così come in L’amore è nell’aria stasera, sono irraggiungibili, in termini visivi e di narrazione, rimanendo alquanto distante da quello schema da musical che era venticinque anni fa, con le canzoni di Tim Rice ed Elton John.

Parlando del doppiaggio italiano, Elisa e Mengoni eccellono, come da previsioni, nella parte cantata, meno nei dialoghi. Al di là di qualche voce non in perfetta sintonia con il proprio personaggio, nel cast vocale italiano del film c’è un membro che spicca rispetto agli altri ed è Stefano Fresi che si dimostra essere un Pumbaa perfetto.

In conclusione, il paragone è inevitabile e, lavorando di obiettività, Jon Favreau raggiunge la perfezione estetica, sottraendo inevitabilmente la magia che è l’anima dell’animazione 2D.