Giorno della Memoria, come raccontare la Shoah ai giovani?

C’è un tempo della nostra storia con cui continuiamo a fare i conti: il nazismo è stato analizzato da ogni angolatura, ma non è stato sufficiente per espiarne le colpe.

Negli anni, il cinema ha raccontato la tragedia della Shoah da diversi punti di vista, ma come è possibile narrare il dolore ai bambini? Tra passato e presente, vi segnaliamo tre film che si sono ispirati alla Seconda Guerra Mondiale e che hanno trovato un modo poetico, ironico, delicato e sincero di parlare dello strazio del conflitto che ha cambiato per sempre la storia, non dimenticando mai il concetto di memoria. 

JOJO RABBIT: TRA INNOCENZA E FINTO FANATISMO

Non riuscendo a rinunciare all’idea di realizzare un film visionario sul nazismo, Taika Waititi ha portato sul grande schermo la sua personale trasposizione del romanzo di Christine Leunens Il cielo in gabbia. Liberamente ispirata al libro appena citato, Jojo Rabbit è ora nelle nostre sale. 

Jojo Betzler (Roman Griffin Davis), protagonista della pellicola, è un fiero membro della Gioventù hitleriana e ha come amico immaginario un improbabile Adolf Hitler. Nella sua completa adesione all’odio nazista e sposando un puerile e sconosciuto patriottismo, Jojo dovrà fare i conti con la realtà: sua madre (Scarlett Johansson), che lavora segretamente per la Resistenza, nasconde in soffita una giovane ebrea. La sua vita è a un bivio: si aggrapperà alle sue convinzioni cariche d’odio o si abbandonerà alla propria umanità?

Il mondo di Jojo Rabbit è filtrato dalla lente innocente dell’infanzia, rappresentato con una cura per il dettaglio e un’estetica vintage che deve molto a Wes Anderson, ideale per avvicinare un pubblico il più possibile eterogeneo. Perché il film di Taika è pensato soprattutto per il futuro, per le nuove generazioni che necessitano – oggi più che mai – di ricordare e capire. Nonostante l’ambientazione d’epoca, la maggior parte delle scelte estetiche sono moderne e lontane dagli anni ‘40: costumi puliti e un po’ hipster, montaggio rapido e incalzante, scelte musicali che spaziano dai Beatles a David Bowie.

Jojo Rabbit è film forte, in tutti i sensi: ha la capacità di poter essere universalmente apprezzato e compreso; è carico di pathos, sia nella sua forma più divertente e scanzonata, sia nei momenti più drammatici e tristemente realistici. La vita è (di nuovo) bella, se raccontata dai più piccoli.

La vita è bella: fin dove può arrivare l’amore di un padre?

Film scolpito nella memoria cinematografica del nostro paese, ogni volta che pensiamo a La vita è bella, le commoventi note della colonna sonora di Nicola Piovani risuonano inevitabilmente nella nostra mente. 

Vincitore di tre premi Oscar, tra cui miglior film straniero e miglior attore non protagonista, La vita è bella vede un Roberto Benigni in stato di grazia re assoluto della scena. 

Fin dove può arrivare l’amore di un padre, che deve a tutti i costi nascondere il dolore delle atrocità di una realtà circostante ostile e oltremodo pericolosa? L’attore e regista toscano descrive in maniera del tutto originale la tragedia della Shoah, in un perfetto mix di comicità e dramma. 

L’ impianto narrativo non scade mai nel facile e patetico pietismo, e lascia sullo sfondo gli orrori della guerra, ponendo come tema portante la grande fantasia messa a punto da un genitore disperato. Giulio Orefice deve a tutti i costi camuffare un vissuto insostenibile per evitare che il proprio bambino Giosué venga distrutto dal terrore. La vita è bella è un inno ai sentimenti veri e puri, quelli ispirati dall’affetto famigliare e dall’amore che supera la diversità e le distanze. 

IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE: OLTRE I CONFINI DELL’AMICIZIA

Nella storia del cinema contemporaneo, abbiamo avuto modo di vedere la Shoah attraverso gli occhi trasognati di un bambino tedesco di otto anni che si ritrova a vivere a qualche chilometro da un lager. Il bambino con il pigiama a righe è un film di Mark Herman ed è tratto dall’omonimo romanzo di John Boyle.

Bruno, otto anni, figlio di un comandante dell’esercito, dopo la promozione viene trasferito in una villa vicino ad un campo di concentramento. Egli è un bambino vivace e curioso, amante degli aeroplani e dei romanzi di avventura.

Il trasferimento fa cambiare vita a tutta la famiglia: niente più città ma campagna, niente più scuola ma un istitutore, niente più amici ma un’altalena ricavata da un vecchio pneumatico.

Bruno, al contrario della sorella, si annoia a seguire le lezioni sulla Grande Germania e, ai libri di storia, preferisce di gran lunga i suoi “romanzetti”; nasce in lui la forte curiosità di scoprire perché nella fattoria, che si vede dalla sua stanza, la gente va vestita col pigiama.

Proprio così, una fattoria con contadini che indossano pigiami: è questa la spiegazione che si dà Bruno, guardando, dal di fuori, la realtà di un campo di concentramento.

Mentre la madre si rende conto dell’orrore che si perpetra quotidianamente a pochi passi da casa sua, Bruno stringe amicizia con Shmuel, un suo coetaneo polacco che vive nella “fattoria” e col quale inizia a giocare, nonostante i limiti fisici dati dal filo spinato che li separa.

Bruno perderà lentamente fiducia nella sua famiglia che vede ora con occhi diversi, combattuto tra l’illusione che ha vissuto fino all’incontro con Shmuel e la realtà che a tratti gli si presenta davanti agli occhi. Il finale tanto illogico quanto tragico vuole essere simbolicamente uno specchio dell’assurdità del Nazismo e dell’Olocausto.