Attenti a quello che desiderate! Jeff Wadlow si ispira alla serie di successo di fine anni ’70 portandola sul grande schermo in chiave horror

Un’isola che può realizzare qualsiasi tua fantasia. Sembra un sogno, ma potrebbe rivelarsi anche il tuo peggior incubo. È quello che accade in Fantasy Island. O, ancora meglio, è quello che accade proprio a Fantasy Island. Adattamento della serie televisiva in onda dal 1977 al 1984, il film diretto da Jeff Wadlow – che vede alle proprie spalle il sostegno di una ben rinnovata casa di produzione come la Blumhouse -, traspone in versante horror l’ispirazione iniziale derivata del prodotto tv, tramutando il più grande desiderio dei suoi protagonisti, nelle loro peggiori paure.

L’isola di Fantasy Island ha, infatti, un segreto. Non solo è un posto idilliaco collocato nel bel mezzo di acque cristalline, ma è allo stesso tempo un luogo inusuale, inimmaginabile per una mente razionale, pronto a rendere reale ciò che nel profondo abbiamo sempre più bramato. È quello che scoprono i protagonisti dopo il loro arrivo sull’isolotto all’apparenza pacifico, che trasformerà in sostanza ciò che i personaggi hanno potuto soltanto, fino a quell’istante, sognare, dovendo però presto affrontarne le conseguenze. Perché le fantasie possono rimanere tali finché non si avverano e non sempre il risultato può rivelarsi come ci si era aspettati.

E chissà se il risultato che gli sceneggiatori Jillian Jacobs, Chris Roach e lo stesso regista Wadlow volevano creare era proprio quello che si respira in Fantasy Island. È certamente esorbitante la quantità di ingegno che i tre collaboratori hanno inserito nello script del film che rincorre i territori dell’orrore, ma è la mescolanza tra le varie, troppe, eccessive idee che va attorcigliando enormemente il racconto dell’opera, debordando per l’accumulo di materiale che è andato sormontandosi e l’irreale credenza di poterlo maneggiare senza sfociare nel caos più totale.

Se l’iniziale suddivisione dei desideri degli ospiti mantiene attiva la curiosità dello spettatore, pur dovendo superare i cliché di una pellicola che non cerca minimamente di differenziarsi, ma sceglie piuttosto di seguire pedissequamente canoni già stabiliti e attraversati, è il mescolarsi dei differenti piani che comincia a mostrare le prime increspature nella storia dei protagonisti di Fantasy Island. Dando a ogni singola chimera il proprio tono, di cui il film va servendosi riproponendole sotto forma di generi cinematografici per, così, distinguerle e renderle stampi con cui giostrare e inquadrare ogni sogno dei protagonisti, è nel confluire sulla conclusione dei molteplici universi che il film di Jeff Wadlow perde il senso. Un annullarsi vicendevolmente di tutto ciò che si è creato partendo dalle individuali strutture che sostenevano i desideri individuali, compenetrandosi senza saper poi bene come compensarsi e, perciò, svilendosi irrimediabile.

Il tutto abbandonato per un terzo atto conclusivo in cui va tratteggiandosi, dunque, la mancanza di quell’impronta stilistica che aveva, anche se superficialmente, distinto i diversi spazi dei vari personaggi, e che al contempo non permette di instaurarne una del tutto nuova per il suo finale, che abbia così un suo carattere assai più personale. Ciò va a significare un accumulo indefinito di risoluzioni blande e continui colpi di scena incongruenti con qualsiasi risvolto la pellicola aveva intrapreso fino a quel punto, stupendo il pubblico per l’assenza massiccia di coerenza all’interno del film e arrivando a farlo ridere proprio per quel suo dimostrarsi tanto assurdo.

Se all’isola presieduta dal suo proprietario Mr. Roarke – un Michael Peña fuori parte, come nella maggior parte delle produzioni mediocri a cui prende parte – basta una fonte per poter generare i desideri altrui, a Fantasy Island serve ben più di qualche goccia d’acqua magica per far funzionare il film. Magari uno sguardo d’insieme che ne risalti lo spirito horror a cui sembra voler aspirare o una moderazione che mitighi le sorprese dell’opera, rendendole meno numericamente, ma ben più efficaci nella loro attuazione. Un viaggio in cui, infine, il desiderio di protagonisti e spettatori va così congiungendosi, finalmente trovandosi, volendo solamente poter volare via da quella bianchissima spiaggia e da tutta la sua inconsistente sconsideratezza.

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