Hunters sarà disponibile in esclusiva su Prime Video dal 21 Febbraio 2020

Quando si dice passare da vittime a carnefici. C’è chi ne ha tutte le intenzioni, ma non procede mai nei suoi piani di vendetta, tanto è grande il grado di sopportazione da dover subire nel riproporre a chi ci ha fatto del male la stessa dose di rabbia. C’è chi non pensava ne sarebbe mai stato in grado, ma si ritrova invischiato nella ritorsione più totale, nel riversamento di bile e sangue che dovrebbe pareggiare i conti con chi, inizialmente, aveva causato tanto dolore. C’è, poi, chi è obbligato a farlo. Chi ha la responsabilità, il dovere, il senso morale di dover trasformarsi nel proprio peggior nemico e infliggere le pene che l’inferno gli ha riservato.

È sulla doppia natura della vendetta che Hunters articola la propria storia. Serie tv, prima stagione, dieci episodi, il secondo più grande conflitto mondiale le cui ripercussioni continuano a propagarsi anche negli anni Settanta. È, infatti, il 1977, l’anno di Star Wars di George Lucas, dei pantaloni a zampa di elefante, dei folti baffi alla moda e degli enormi occhiali che nascondevano il viso. È lo spirito degli hippies quasi al loro tramonto, che presto saranno surclassati nell’era consecutiva dagli yuppies, ma che non rinunciano certo all’erba e a qualche occasione di divertimento per le strade di un’America, culturale e sociale, in pieno cambiamento.

È, in questo marasma di corpi scoperti, di rivolte per il potere dei neri e dell’emancipazione della sessualità e del femminismo, anche il periodo di un trauma che si proclama, all’apparenza, superato, un momento di transizione in cui chi era stato partecipe alla distruzione dei ghetti e prigioniero nei campi di concentramento ha potuto, da circa vent’anni, ricostruirsi una vita, riacquistare una libertà e una fiducia che la Storia aveva cercato di negare. E che la Storia sembra continuare, però, a tradire. A distanza da quel 1945, dai cancelli di quegli incubi che si aprirono per poter prospettare, finalmente, il domani, gli innocenti sembrano, infatti, dover camminare al fianco di quei nemici che non sono stati realmente eliminati, che hanno saputo nascondersi nella confusione della dispersione della guerra e ne sono usciti, così, salvi. Quasi vincitori.

E, così, l’immigrazione. Ebrei che fuggono da quelle terre sotto cui sono stati sepolti sei milioni di morti loro compari, che cercano nel sogno americano la possibilità di una vita nuova, certamente diversa. Ma anche nazisti, sporchi generali o semplici esecutori che furbamente hanno saputo divincolarsi dalle loro colpe immorali, nascosti alla luce del sole negli stessi territori dei sopravvissuti, immersi assieme a loro nella normalità del post-guerra. Nell’ingiustizia che tutto questo comporta, nell’intuizione dell’obbligo verso chi c’è stato, chi c’è e chi ci sarà in coloro che camminano, in quel periodo, affianco ai loro precedenti oppressori, operano i personaggi di Hunters, coloro che sul braccio portano quei numeri inconfutabili di chi ha visto l’orrore, e che con i medesimi occhi deve riconoscere e eliminare chi è sfuggito, vigliaccamente, alla giustizia.
Al Pacino guida la propria squadra di cacciatori, organizza e regola le sorti di quel manipolo di ebrei che hanno avuto la prova dell’impunità con cui hanno vissuto alcuni nazisti. I quali periranno, ora, sotto il processo di quei sopravvissuti, secondo le loro leggi, pagando per i peccati che hanno commesso e riequilibrando un mondo che deve, in qualche maniera, essere preservato.

La miglior vendetta… è la vendetta!

Nata dall’ideatore David Weil, Hunters non solo utilizza lo scambio di ruoli, quel vittima e carnefice iniziale, per un mero apparato dilettantesco di insieme, ma fa dell’accattivante trovata narrativa una riflessione sul piegarsi alla violenza a cui si è stati sottoposti, alla coscienza che viene inevitabilmente compromessa, nonostante i presupposti e le motivazioni più che sensate per cui una tale vendetta debba essere applicata. Lo fa con un gruppo di maturi ebrei, un insieme di personaggi a confronto con quella memoria viva, ma pur sempre non vissuta della generazione successiva di quel popolo che una volta è stato piegato, abbandonato un’altra volta dalle alte cariche e, dunque, deciso a farsi giustiziere per proprio conto.
Con la caccia aperta dal protagonista Al Pacino, l’operazione di Amazon Prime non risparmia la crudezza che si fa, a volte, spettacolarizzazione per cercare il rigetto dello spettatore, altre mero espediente di ritmo e movimento che amplifica l’aspetto conturbante della trama. Tanti personaggi, molti incastri, un unico fine: fare fuori i nazisti, mentre questi cercano di risorgere. Una serie tv che, dalle sue prime due puntate, promette un accrescere di brutalità che non cerca redenzione, che esaspera per raccontare ancora una volta l’orrore di quella non-vita nei campi di concentramento, non solo per riportare a galla lo spessore e l’importanza di non dimenticare le atrocità subite, ma per renderle strumenti di un racconto che punta sullo shock e il dolore anche dello spettatore.

I CACCIATORI POP

Nel tentativo di ostacolare l’insorgere del Quarto Reitch, di impedire che qualsiasi altro genocidio venga portato a termine, Hunters non manca di riservarsi quel tocco pop che affascina e respinge coloro che si sentono pronti a seguire i cacciatori nella loro missione, quell’atmosfera fumettistica che si fa disperata nel rimembrare di quegli anni e quei gesti oscuri, ma che è anche la principale attrattiva della serie di David Weil. Una commistione di serio e farsesco, intenti letali e questioni di principio. Uno svago che ha un occhio ben fisso sulla questione e il ribaltamento dei ruoli in un contesto altamente delicato, che si colora delle tinte da B movie, mentre permea di sé gli interrogativi su chi, in fine, detiene la ragione, il torto, la legge, il diritto. L’esagerazione che mostra tutto e si domanda riguardo a qualsiasi risvolto, su qualsiasi evento. Una serie che usa il genere per conquistare, avanzando sulla duplice corsia dell’intrattenimento spinto e dei più elevati spettri etici.