Claustrofobia visiva al servizio di un thriller mozzafiato: L’uomo invisibile è disponibile in digital download

Tra le realtà dell’industria hollywoodiana degli ultimi anni, la Blumhouse Productions è, senza ombra di dubbio, una delle più vivide e impegnate. Improntata sul genere horror, quello che duramente prende dalle paure dello spettatore per proiettarle senza filtri sul grande schermo, la casa di produzione diretta da Jason Blum ha aperto uno scorcio per il genere orrorifico, restituendogli uno spazio predefinito che si è andato espandendo nel corso degli anni, tornando ad occupare un piano di primo rilievo nella fruizione cinematografica degli spettatori.
Un’impronta dove la fattura e la precisione per l’inseguimento degli stilemi base dei film dell’orrore va di pari passo con la ricerca di un pubblico sempre più vasto, unendo alle sperimentazioni ciò che il pubblico si aspettava dal genere, costringendolo, però, a rimanerne intrigato dall’esposizione inattesa di una grande inventiva. Tentativi che hanno visto la Blumhouse addentrarsi in più di un territorio dello spettro di tipologie legate agli stili e ai racconti dei cineasti, vincendo la propria scommessa sia nella vicinanza e nella fedeltà instaurata con il proprio pubblico, sia nell’investigazione di un miscuglio di identità da cui far fuoriuscire pellicole distanti dall’ordinario. È il risultato di un mix comico/slasher come Auguri per la tua morte o la collaborazione tra critica sociale e realtà inquietanti messe in piedi da una mente come quella di Jordan Peele e i suoi Scappa – Get Out e Us.

In questa ricerca costante del commerciale e particolare, la casa di produzione di Blum ha scelto di intraprendere una nuova sfida nella ripresa di un universo che aveva fatto la fortuna della Universal sul finire dagli anni Venti, quella dell’universo dei mostri classici dell’immaginario mondiale, rivisitati secondo i dettami del cinema attuale. Dopo il contrastato debutto della serie con La mummia con protagonista Tom Cruise, è il momento de L’uomo invisibile di tornare a spaventare il pubblico d’oggi, riadattandosi a un panorama completamente cambiato rispetto alla sua provenienza originaria e trovando al “mostro” una sua nuova dimensione.
Ciò che non c’è, infatti, diventa nel film scritto e diretto da Leigh Whannell la persecuzione, lo stalking subìto dalla protagonista interpretata da Elizabeth Moss che deve svincolarsi dalla (non) presenza del suo ex fidanzato all’apparenza morto. Suicidio dicono, ma la donna, fuggita di casa due settimane prima, sa che non può essere vero, troppo incentrato l’uomo sul distruggere la sua vita, tanto da preferire di fingere la fine della sua. In questo stato di paranoia costante, dove ogni sguardo spaurito del personaggio di Cecilia coincide con il nostro, dove la sua sensazione di essere costantemente osservata diventa la nostra convinzione di essere sott’occhio, L’uomo invisibile basa la sua struttura sull’offuscamento della ragione della vittima, rovesciata sotto un versante in cui è la presunta pazzia a predominare e non il senso di sorveglianza che solamente lei mantiene fisso addosso.

Il progressivo scivolare nell’ossessione presunta della donna, il suo entrare nel premeditato isolamento in cui nessun altro potrebbe essere in grado di aiutarla, costringe il film e la protagonista a un parallelo cambio di recitazione, stile, modo di presentare luoghi e conseguenze, stabilendo un clima di placido controllo nella sua prima parte di pellicola, trasformandosi gradualmente nella sostenuta atmosfera di un thriller macchiato d’horror. Con l’apporto del reparto trucco di Angela Conte e Catherine Scoble, il cui lavoro sul volto e la fisicità di Elizabeth Moss contribuiscono al senso di angoscia che L’uomo invisibile vuole gradualmente ammontare, l’attrice si fa fulcro della pellicola tanto quanto gli spazi vuoti che Whannell va a ricreare, palco di un delitto che l’opera svolge tutto nello psicologico, il cui dubbio e la verità improbabile consumano la donna nel processo vicino allo stalking.
Uno stuzzicare di cui il regista e il film non fanno certo parsimonia, dando con cadenza regolare ciò che lo spettatore più desidera, torturando la protagonista per il piacere horror del pubblico e utilizzandolo come carburante per la ricerca di rivincita che scatterà all’interno del personaggio di Cecilia. Un percorso che L’uomo invisibile protrae fino all’arrivo del suo finale, forse unica nota su cui è difficile non rimanere interdetti, che coincide sicuramente con ciò che fino a quel momento era stato sospettato, ma che nel riversamento in una sorta di revenge movie perde, leggermente, il proprio significato primo, quello più importante: l’essere legato alla vittima e a ciò che ha subito.

Con un susseguirsi di tensione che sottolinea momenti da vero maestro per il regista, L’uomo invisibile fa del nulla il peggiore nemico. Quel niente che ti perseguita – e che in un capolavoro del genere degli ultimi anni come It Follows rappresentava le malattie veneree – qui Leigh Whannell lo muta in un urlo di disperazione per tantissime donne, unendo al terrore qualcosa di così reale da fare ancora più paura, pescando esattamente lì dove c’è da spaventarsi.

Foto: Universal Pictures