Dopo le storie di Jango e Boba Fett, l’universo di Star Wars accoglierà un altro guerriero: The Mandalorian

Lo spazio-tempo rimane: in una galassia lontana lontana. Il principio di base anche, unire alla classicità del western americano l’iperealtà della fantascienza postcontemporanea. È, quindi, dall’origine che trae The Mandalorian, il riscoprire le radici del passato per far fronte a un nuovo presente, insieme a un futuro che, attraverso le capacità dell’audiovisivo, è già qui ad aspettarci. Jon Favreau ha colto esattamente questo, il ritorno al principio che non significa, necessariamente, emulare le prodezze di quello che è stato, ma saperle rimaneggiare attraverso l’esplicazione di una storia e di personaggi totalmente inediti e autentici.
Il problema che, in fondo, è appartenuto a quell’ultimo, insignificante e già dimenticato capitolo della nuova trilogia di Star Wars, con L’ascesa di Skywalker che, nel tentativo di eseguire un cambio di rotta rispetto al bisogno spasmodico di novità che esigeva Gli Ultimi Jedi, rimette la saga faticosamente sui propri passi, rendendo protagonisti e messaggi antiquati e stantii. E, così, anche il desiderio di puntare non tanto sulla propria tradizione, quanto sull’illusione della falsa grandiosità di ciò che è stato, ma che – e questo è ben difficile da comprendere – non potrà più essere.

È sulla presa di coscienza di Favreau e il collaboratore Dave Filoni che va fondandosi l’era di The Mandalorian, l’appassionato sentimento di affezione per un universo in cui i due autori si sono ritrovati coinvolti e che hanno coscienziosamente scelto di allargare senza alcun timore di eccedere nella blasfemia. Che non significa, dunque, il riportare alla vita i sepolcri di un tempo andato o dimenticarli senza alcun accesso alla memoria, ma di onorarli nell’unica maniera in cui era possibile farlo: tenendo a mente il ricordo e l’identità di Star Wars, mantenendo però la propria rotta e andando avanti.
Si giunge, così, ad anni di distanza dalla caduta dell’Impero e da quelli che precedono il periodo di timore del Primo Ordine. In questo tempo sospeso, in cui Favreau e Filoni hanno intenzione di aprire un’ulteriore mitologia, è il senso di ampiezza che colpisce l’occhio e l’animo dello spettatore, doppiamente scosso dalla magnificenza di ambienti naturali che tornano al loro splendore, seppur maneggiati per aggiungere quel tocco da iconografia della fantascienza, e che restituiscono quel senatore di selvaggio west che George Lucas aveva nominato come luogo primo con cui ricongiungersi.

Nelle vaste infinite a perdita d’occhio delle immagini di The Mandalorian, il cui sentore da lupo solitario che caratterizza il protagonista si ripropone nell’asprezza di scenografie indomite quanto minuziosamente compite, è lo stagliarsi di una storia che sembra mantenere il punto della situazione fin dalle prime puntate a tracciare una linea dritta che porterà Mando (sotto l’elmetto Pedro Pascal) a tratteggiare le curve e le parallele da intraprendere nella sua missione. Un’avventura lunga otto puntate, che già dall’inizio trasuda del principio d’onore del suo protagonista, dei traumi a lui inferti e mai rimarginati. Tutto un cambiamento che è lì, pronto ad essere attivato, ad entrare in connessione con l’oggetto del suo mandato da mercenario e che, nonostante il volto perennemente oscurato (ma forse è meglio dire, soprattutto per questo), ne permette una lettura cristallina, risoluta e, anche per questo, dall’impressionante carica empatica.
Nella capacità di saper prendere dall’essenza dimenticata di una saga fondamentale per tutto l’immaginario mondiale, nel prostrarsi fedelmente a elementi che di Star Wars hanno fatto il gancio per un così largo pubblico, è il non trascurare la volontà delle storie, di tutte le storie, di voler spingersi oltre i propri confini a dare spirito alla serie di Disney+. Il mantenersi saldi dal terreno da cui provengono, diventando, però, anche qualcosa di altro.
E, così, già solo con gli accenni delle prime puntate, The Mandalorian conferma la sua provenienza e si afferma grazie alla validità intrinseca e personale dei suoi nuovi personaggi, quelli conosciuti e quelli che dovranno ancora arrivare. Un’aria di leggenda percepibile fin dagli iniziali secondi della serie e che si illumina della scoperta finale del primo episodio, che promette e conferma, con la sensazione di grandezza dei suoi paesaggi e dell’impegno di cui Mando si fa carico, un racconto di cui si sentirà ovunque parlare. Anche in una galassia lontana lontana.