Commedia romantica sì o commedia romantica no? Sì, ma solo se realizzata a dovere! Cosa mi lasci di te non ci lascia niente di sé.

Non esistono vie di scampo, esisteranno sempre film stilizzati che avanzano per cliché. Pellicole anonime, viste e riviste, che lasciano pressoché nulla nella coscienza dello spettatore, che si ritroverà anni dopo a domandarsi se quel titolo o quell’opera così simile a tante altre l’aveva realmente vista o si confondeva soltanto con l’ammasso di luoghi comuni che tante volte il cinema ha continuato a propinare. Ma è giusto anche così. È bene che esistano prodotto basici, opere mansuete, film che assomigliano a tanti altri e, come tali, vengano presto dimenticati. Sono le pellicole di un giorno, il passatempo di una notte, una sicurezza per gli appassionati che cercano certo l’originalità, ma sentono di poter stare a proprio agio anche in quei delineamenti codificati di tanti film medi e commerciali.

Aspettare un “Ti Amo”

Nei film sentimentali, poi, le convenzionalità sono ciò con cui più riusciamo ad andare a nozze. Due persone si incontrano, cadono irrimediabilmente l’una nelle braccia dell’altra e il loro amore, che sembra il più potente che sia mai esistito sulla terra, rappresenta quel vincolo inossidabile che niente e nessuno potrà mai allentare. Né i tormenti o le difficoltà, persino le malattie. Un affetto fatto di frasi preconfezionate, di sguardi lunghi e luccicanti e dell’attesa di un ti amo che è la promessa più scontata – eppure voluta – che lo spettatore si aspetta di trovare. Ovvietà nella scrittura che, però, è pur necessario accettare, cercando di comprendere il carattere principale di questo tipo di narrazioni, augurandosi che, pur nella prestabilita intesa tra ciò che si vuole e ciò che si ottiene, abbia comunque una dignità tale da poter superare il tempo limitato della visione.

Rimodellare un racconto

Dignità che invece completamente manca a un prodotto come Cosa mi lasci di te, indefinita e indefinibile pellicola romantica che porta all’eccesso questa smielata profusione di sentimenti, riuscendo a sbagliare ogni singola componente strutturale e contenutistica che il film avrebbe potuto presentare. Non potendo nemmeno ribattere con la scusa della trattazione filmica basata su di una storia vera, rimandando a fatti realmente accaduti in un lasso di tempo che l’opera fa cominciare dal 1 settembre 1999, il film mostra la completa incapacità di saper rimodellare stilemi conosciuti per renderli decente forma cinematografica, contraendosi maldestramente su se stessa, invocando il patimento degli spettatori.

Una storia…

La storia, tristissima, perché tali sono gli avvenimenti accaduti nella realtà, è quella di Jeremy Camp (JK Apa), novello studente del college pronto a sfondare nel mondo della musica e da subito follemente innamorato della giovane Melissa (Britt Robertson). Tra i due è destino, sembra dire l’universo, come purtroppo anche l’improvviso male che colpisce la ragazza, costretta ad affrontare periodi di chemioterapia e di perplessità sul futuro di cui, però, Jeremy vuole comunque continuare a fare parte. È così che la loro avventura comincia, divisa tra il sogno da cantante del ragazzo e la sorte che ha voluto unire in maniera totalizzante i due giovani amanti.

Un romance inerte fatto di aforismi 

Come se non bastasse la sofferenza intrinseca in un racconto che prevede la lotta estenuante di una giovane donna contro un lacerante dolore, Cosa mi lasci di te amplia l’intolleranza verso una pellicola portata allo stremo di qualsiasi forma di emozione o compassione, coinvolgimento o dispiacere, esprimendosi con superficialità nei termini del genere a cui appartiene l’opera. Nella già poco tollerabile artificiosità della storia d’amore ai suoi inizi, dove colpi di fulmine e aforismi saturano ben presto la clemenza del pubblico, pur accettato il patto di trovarsi di fronte a un romance inerte e confezionato, è nel trattamento della sua seconda parte che l’insofferenza verso il film diventa l’unico moto che lo spettatore sente provare, assistendo alla tragedia senza viverla davvero, subendola senza riuscirne a entrare in contatto. Un feticismo del romanticismo, dello sconforto e dell’irrimediabili volontà del fato fanno da contrappunto a un dialogo che Cosa mi lasci di te cerca di improntare attorno a uno sfibrante senso della fede, che risulta ancora più forzato e discutibile in vista della velata funzione che il film vuole farne, con tutti i suoi incentivi nel continuare a credere – il titolo originale è, appunto, I Still Believe – e nella prosopopea di miracoli inspiegabili e fatalità designate. L’inafferrabile leziosità dell’introduzione sentimentale di Cosa mi lasci di te tende alla vacuità nel suo proseguo melodrammatico scadendo insensibilmente nell’ignobile fattura di un film che non restituisce nulla di quello che Jeremy Camp e sua moglie Melissa hanno attraversato, irritando e confondendo fino allo sfinimento, per un lavoro di per sé incommentabile.