Diavoli, serie prodotta da Sky Studios e Lux Vide, è un avvincente thriller finanziario con un notevole impianto stilistico

Eccellenze italiane. Sono quei prodotti audiovisivi o quelle personalità che, oltre a rappresentare un importante tassello di composizione nel nostro panorama nazionale, sanno avvalersi di tessiture di lodi e dichiarazioni di merito che travalicano i loro stessi confini, aprendosi a un mercato – e a un’industria – che può guardare in avanti, non limitandosi a rimanere isolato al solo territorio limitrofo. Accade spesso nel cinema, dove un certo tipo di opere italiane d’autore permettono una discreta visibilità nei festival internazionali ad alcuni prodigi della scena nostrana, ma succede con maggiore frequenza anche con le nostre serie tv, quasi nuovo paradigma di una produzione narrativa a puntate sempre più in grado di intercettare sia il favore dei propri connazionali, sia un pubblico ben più ampliato e indefinito.

Intraprendenza internazionale

Da The New Pope fino Gomorra passando, ora, per Diavoli. Serie che hanno racimolato il loro spazio sotto i riflettori dell’attenzione mondiale, partendo come comun denominatore dalla propria componente italica e, ancor più, dall’intraprendenza di un comparto produttivo come quello messo a carburare da Sky Italia. Seppur tutte in co-produzione e aperte a collaborazioni di natura internazionale, le operazioni svolte da Sky hanno permesso un divincolarsi dalle banalità di una televisione che nel Belpaese pensava di non poter aprire i propri orizzonti, cercando con l’opera di Guido Maria Brera di spingersi in ambienti inesplorati della serialità tutta.
Diavoli, infatti, va immettendosi nella dimensione della finanza senza gli abbellimenti e i fronzoli ammiccanti o provocatori abitudinari di questo tipo di racconto, scegliendo l’ambiguità del reale alla pacchianeria delle storie costruite a tavolino, mostrando quanto sia più la doppiezza a muovere un universo di famelici squali, per nulla interessati alle sconcezze affabulatorie che troppe volte hanno fatto da vacuo centro dietro simili questioni economiche e politiche. È il potere l’unico elemento a riproporsi come costante di tali narrazioni, non solo alla base, ma presenza costante dietro gli specchi e le architetture delle maggiori capitali europee; quello che si nasconde sotto la gestione del dominio, il comprendere quanto si è disposti ad assecondare il diavolo prima di incorporarlo, per poi trasformarsi nella peggior versione di se stessi.

Luci e le ombre della finanza affrontati con stile

Riflettendo senza il bisogno di abbassarsi alle nefandezze futili della finanza, la serie tv Diavoli si presenta come asciutto thriller in cui a risaltare è la cura maniacale e l’attenzione stilistica per una confezione che vuole e sa come differenziarsi dalle altre. Una regia che trae da stilemi contemporanei, con tagli di inquadrature che molte volte spezzano i gesti o le figure dei suoi protagonisti e li fa scontrare faccia a faccia con i loro volti, le loro ombre, le loro sibilline azioni. Lo sfruttamento di una nitidezza delle immagini che viene frazionata, riproposta, mandata indietro o impostata veloce, sostenuta dalla scelta di una fotografia altrettanto lucida e dalla ritmicità di un montaggio che ne rende ancor più accattivante il risultato.

Borghi e Dempsey, Diavoli a confronto

A districarsi tra i numeri e le ingenti transizioni descritte dall’omonimo libro di Brera – qui sceneggiatore insieme al team messo in piedi da Sky e Lux Vide -, si incontrano due identità che hanno già sfidato le variabili e il successo delle serie televisive, condividendo ora il medesimo luogo profilmico e spalleggiandosi nel risaltare uno il lavoro dell’altro, pur nella diffidenza che spinge i loro rispettivi personaggi ad allontanarsi. Sono Alessandro Borghi – altra eccellenza italiana, fiore all’occhiello della nostrana carrellata di divi moderni – e Patrick Dempsey a scrutarsi nell’intrigo stilato da Diavoli, cercando di predominare nelle vicende della serie, ma assolutamente sostenendosi entrambi da una notevole bravura. E se ritrovare Dempsey a distanza di tempo da Grey’s Anatomy (nonostante la parentesi della miniserie La verità sul caso Harry Quebert) è quanto mai piacevole, è nel vedere un Alessandro Borghi a suo agio in lingua inglese che riconfermiamo l’orgoglio per un attore brillante pronto a rimpolpare i ruoli della sua carriera, notando la scioltezza nella pur tirata rigidità con cui si muove nel personaggio di Massimo Ruggero.
Al netto di stoccate di sceneggiatura leggermente ridondanti e alcune imprecisioni che non intaccano, però, la precaria complessità della serie, Diavoli si impegna a rendere inclusivo un mondo intangibile che gli autori e i registi sono stati abili a riportare in forma seriale. Un prodotto che suggerisce una crescita di tensione nel procedere delle proprie puntate, sapendo come disattendere le aspettative degli spettatori per agire lì dove non avremmo pensato, cogliendo così ancora più nel segno e trovando una propria posizione in quelle eccellenze italiane da cui, d’ora in poi, è necessario continuare a puntare.