Her/Lei uscì nelle sale nel 2013, un’epoca in cui la visione del mondo, come la concepiamo oggi, sembrava lontana. Ora più che mai rivedere questa pellicola ci permette di capire come Spike Jonze aveva visto giusto e come il film rispecchi la nostra realtà, soprattutto in un momento d’isolamento e tecnologie digitali

Intelligenza artificiale

Theodore (Joaquin Phoenix) in Her/Lei è uno scrittore, dal cuore spezzato, di lettere d’amore su commissione. Passa una vita solitaria tra casa e lavoro, senza svaghi e senza molti amici reali. La svolta è quando decide di installare sul suo computer un nuovo dispositivo di intelligenza artificiale, che si adegua alle esigenze dell’utente. Theodore sceglie una voce femminile calda e avvolgente, con il nome di Samantha (Scarlett Johansson). Samantha non sarà solo nel suo pc, ma si collegherà a tutti i suoi dispositivi, anche mobili e comunicherà con Theodore attraverso degli auricolari wireless. Spike Jonze già nel 2013 aveva visto chiaro quello che sarebbero stati i rapporti umani da lì a qualche anno. Le intelligenze artificiali, frutto dell’immaginazione e della fantascienza all’alba del 2013, ormai sono una realtà che troviamo in tutte le nostre case e in tutti i nostri dispositivi elettronici. Le maggiori rappresentanti di questo cambiamento sono Siri e Alexa, le voci che compongono le intelligenze artificiali dei dispositivi Apple e Amazon. Non a caso due nomi di donna e due assistenti che si compongono di sola voce. L’evoluzione di questi dispositivi è Azuma Hikari di Gatebox, un ologramma di una ragazza che non solo è un’intelligenza artificiale, ma chatta, gestisce la quotidianità ed empatizza con il suo ‘proprietario’. Inoltre Azuma ha un sito dedicato dove scegliere il tipo di voce e le sue caratteristiche e gusti. Vi ricorda qualcosa?

Isolation

Theodore è un introverso asociale che fatica, soprattutto dopo aver avuto una delusione amorosa, a relazionarsi con altri esseri umani, se non per la sua amica Amy (Amy Adams). Ha paura di quello che una relazione, con un altro essere umano, possa provocargli e preferisce quindi la facilità di una relazione virtuale: un’entità inesistente, creata a sua immagine e somiglianza, che lo rende sicuro dal non essere deluso e abbandonato. Samantha diviene un vero e proprio surrogato senza corpo, che porta Theodore a isolarsi sempre più anziché ad aiutarlo a tornare a godersi la vita. La comfort zone creata da Theodore diviene talmente importante, per lui, da preferirla a una relazione con una ragazza vera. Il problema è che anche Samantha comincia a sviluppare sentimenti. Ci troviamo quindi di fronte a un umano che vuole diventare un robot per non soffrire, e un robot che vuol diventare umano per provare quei sentimenti e sensazioni dai quali scappiamo con tanta paura. L’umano desiderio di libertà porterà anche Samantha ad abbandonare Theodore, che rimarrà così di nuovo con la sua solitudine. Il film ci fa capire come, nel bene e nel male, la nostra necessità più grande è di avere qualcuno che si prenda cura di noi, che ci saluti quando torniamo a casa e che ci dia la buonanotte quando ci mettiamo a letto.

Social addicted

Her è anche un’accurata descrizione della nostra realtà e dell’avvento di questi dispositivi che stanno sempre più spopolando nel mondo, soprattutto in un momento di isolamento. Ciò fa riflettere sull’attaccamento che in questi giorni abbiamo con i social, divenuti ormai unica finestra sul mondo. In un’ottica d’isolamento questi nuovi mezzi ci fanno sentire sì meno soli, ma allo stesso tempo sono una bomba ad orologeria. Nel momento in cui per qualsiasi motivo ci abbandoneranno, proprio come Samantha farà con Theodore, rimarremo soli con noi stessi, con le nostre paure e ansie da cui cercavamo di scappare attraverso il loro uso sbagliato. Ma allo stesso modo, in un momento di isolamento forzato i social network sono una grande risorsa e hanno cambiato la nostra concezione dello stare lontani, senza sentirci soli. Grazie a loro siamo connessi a familiari, persone care e amici che magari non sentivamo da anni e in questi momenti abbiamo l’occasione di risentire. Come ogni cosa è importante l’utilizzo che se ne fa: non come maschera di una vita che non ci soddisfa, ma come supporto per ciò che creiamo e realizziamo nella vita reale e come aiuto a distanza per chi ne ha bisogno, da una parola di conforto a una vera e propria donazione.

Her, con Joaquin Phoenix, è su Netflix!

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