La gioia della tristezza: come affrontare lo sconforto facendo un viaggio nella mente umana insieme a Inside Out

Tranquilli, è normale che vi sentiate un po’ giù. È normale sentirsi afflitti, battuti, esausti, finiti. E un po’ è così. È un periodo strano quello che va stabilendo questa imprevedibile quarantena, qualcosa di inatteso che siamo stati costretti ad accettare, senza che nessuno ce lo abbia prima domandato, costretti a salvaguardare la nostra vita stando rinchiusi dentro casa. Eppure sappiamo che questo è il nostro dovere, che soltanto così potremo sconfiggere il nemico comune, invisibile e potenzialmente spietato. È la cosa giusta, ma non per questo ci sentiamo meno tristi. Catapultati in questo stato sospeso in cui tutti i giorni sembrano uguali eppure ognuno è avvilente a modo suo, in cui la paura di poter contrarre quell’ignobile virus va alternandosi con la noia imbronciata di una condizione forzata di isolamento, sembrano soltanto i sentimenti negativi quelli a primeggiare, aggravati dal senso di colpa di chi deve solamente stare seduto su di un divano e si lamenta mentre là fuori si muore.
In questa situazione inverosimile che, però, è più reale di quanto potrebbe ancora sembrarci, è la coincidenza con l’arrivo di una piattaforma streaming a cercare di arricchire di senso le nostre giornate. Già soggiogati dai capi squadra Netflix e Amazon, subito dopo affiancati dalla recente aggiunta di Apple tv, è arrivato il turno di Disney+ per smantellare le gerarchie di visione che, fino ad oggi, avevano dominato la fruizione casalinga collettiva. Una nuova casa streaming che stavamo tutti aspettando e che il caso ha voluto ci raggiungesse proprio in uno dei momenti più critici della nostra storia, sfuggendo quasi dalla competizione con le piattaforme prime della fila, sapendo che nessuna attrazione al mondo avrebbe mai potuto competere con la nostra voglia di ritornare bambini.

Desiderio a cui, in questo clima di inevitabile sconforto, sentiamo di aggrapparci con quanta più purezza possibile, andando a districarci in un catalogo che sembra veramente un tuffo all’indietro nella nostra fantasia, nei ricordi di un tempo per molti lontano, ma che Disney+ sembra permetterci di poter rivivere ancora oggi. Resta, però, ancora quella tristezza, quel sospetto lontano che non usciremo più da questa bolla sospesa e impalpabile, pur con un paese dei balocchi dove tutto ciò che è necessario fare è accedervi tramite un click. Ma proprio nell’ampia scelta di prodotti tra cui non sappiamo come muoverci, persi tra il mondo possibilistico di qualche principessa Disney, nell’esplorazione della magia che abita il reale con i documentari di National Geographic e il breve, ma stupefacente universo dei corti Pixar, ecco manifestarsi davanti ai nostri occhi il film che, più di tutti, potrebbe dirci qualcosa di noi stessi in queste giornate. Il cartone animato che esplora il nostro interno, spiegandoci – senza mai quella retorica che poco serve ai capolavori – come mai questa sensazione, questa scomodità, questo senso di profonda tristezza può esserci altresì utile.
Nella scelta di trascurare la convenzionalità delle solite pellicole animate, dimenticando la semplice formula dell’avventura che spingeva un protagonista ad affrontare esternamente una serie di difficoltà, la Pixar trae nel 2015 una delle sue opere più veritiere, uno spettro che, usando un mezzo così fittizio come l’animazione, scava nella verità più umana, e dunque vera, di ognuno di noi. Il regista Pete Docter – alla sceneggiatura insieme a Meg LeFauve e Josh Cooley – oltrepassa la scorza fatta di ossa e pelle dei personaggi, per rendere protagonisti i sentimenti primari che albergano le personalità di ognuno di noi. Gioia, rabbia, paura, disgusto e tristezza. Sì, tristezza, quella che anche una ragazzina ancora impegnata tra i banchi di scuola può provare, che l’opera mostra non essere poi così lontana da quella che può sentire chiunque di noi.

Toccando corde che non sempre ci ritroviamo a interrogare, andando ancora più in profondità di quanto già l’accesso alla cabina dei sentimenti di Inside Out permetta, il film diretto da Docter non vuole essere la scolastica espressione di come sinapsi e neuroni attivano in noi reazioni inevitabili, bensì il ben più misterioso meccanismo della formazione dei ricordi e delle nostre conseguenti personalità, gli uni intrinsecamente uniti alle altre, senza opportunità di sfuggita. Ed è quello che crea la nostra tristezza di oggi: il ricordare di quanto ieri si era liberi di poter respirare, di non dover restare rintanati nella propria camera con il terrore che possa avvenire il peggio, a te o ai tuoi cari. Ricordare come eravamo felici. Ed è proprio Gioia a spingersi sempre più in là, a sporgersi ancora un pochino oltre, cercando il predominio nell’inconscio che ci vuole – per ciò che ci chiedono spesso genitori, parenti, amici o la società tutta – sorridenti, soddisfatti di ciò che si ha, costantemente allegri di una vita senza alcuna ombra.
Ma è proprio qui che il viaggio di Gioia si amplierà verso una direzione che le sembrava impossibile accettare, a cui non credeva assolutamente di poter sottostare, ma che formerà la base più importante per la protagonista Riley, quella ragazzina di cui spiamo i sentimenti per cercare di comprendere meglio i nostri. Affiancata da Tristezza, Gioia saprà coglierne la sua natura tante volte incomprensibile, quella da cui cerchiamo così spesso di rifuggire, quando invece sarebbe più saggio stare in silenzio ad ascoltare. Perché anche la tristezza ha qualcosa da dirci, ossia che è normale sentirsi impotenti a volte, che non sempre la vita va come avevamo programmato. Che la felicità, quella vera, è il prodotto di una più intima zona grigia, che si illumina lì dove la realtà sa coglierci davvero di sorpresa, appagandoci di ciò di cui, in sua assenza, avevamo sentito la mancanza. Gioia è riempire un vuoto con cui solo la tristezza sa interagire, che solo dopo esserci seduti e aver riflettuto attentamente su quel lato introspettivo che abbiamo cercato di evitare si è mostrato più chiaro, più limpido di fronte al nostro sguardo confuso, forse un po’ amareggiato, ma indubbiamente assai più cosciente su ciò che ci riguarda e su ciò che, soprattutto, siamo.

E può essere proprio quello l’aspetto che più di tutti ci può spaventare, in cui si ha il terrore di rimanere bloccati, indifesi davanti all’indipendenza dei nostri sentimenti: la paura di dover immergersi senza distrazioni nel nostro dolore, il timore di dover confrontarci con una dimensione in cui rimanere incollati e da cui non sapere più come uscire. È per questo che evitiamo la tristezza, è per questo che cerchiamo di reprimerla in quel piccolo, minuscolo angolo della nostra interiorità. Ma Inside Out aiuta a confutare le perplessità, a vedere come il combaciare aderente di gioia e tristezza sia poi quello che ci forma, e va aggiungendosi a quella rabbia, a quella paura e a quel disgusto da cui è altrettanto inutile scappare.
Abbracciate la vostra tristezza di questi giorni, affondateci i vostri pensieri come fareste con la faccia dentro al più morbido cuscino, lasciate che quel languore vi riempi e vi permetta di tornare alla memoria lì dove, in un altro luogo e in un altro spazio, non avevate il minimo sentore di quella cedevolezza. Fate di questo umore il fertilizzante per ciò che ci aspetta lì fuori, per rendere quelle strette future ancora più forti, quei baci che aspettate ancora più appassionati, quei sorrisi ancora più grandi. Fate della tristezza il ricordo di questo periodo e che possa contribuire a rendervi il meglio che potrete essere domani, quando sarete di nuovo liberi e felici.