Disponibile dal 22 aprile su Netflix, La Famiglia Willoughby è un lungometraggio animato che ridisegna i contorni del concetto di famiglia.

Se, di solito, il problema dei protagonisti delle classiche ed edificanti storie d’altri tempi per bambini è costituito dalla mancanza dei genitori – amorevoli ma irrimediabilmente morti, come quelli di Pollyanna, morti di colera in India, o quelli in James e la Pesca Gigante, divorati da un rinoceronte rabbioso per le strade di Londra – per i giovani Willoughby è proprio l’esistenza di un padre e una madre incapaci – per non dire terribili – a rendere la loro vita un percorso a ostacoli pieno di angherie, cene saltate, mancanza di amore e ingiuste punizioni.
Almeno, pensano gli Willoughby, gli orfani delle storie d’altri tempi sanno che alla fine del romanzo li aspetterà un lieto fine, un misterioso e affettuoso benefattore pronto a spalancare il cuore, le braccia e la porta di casa, per accogliere gli sventurati in una nuova vita da medio-borghesi in cui mai mancheranno calore umano e maglioni – almeno uno a testa – per l’inverno. Ma che fare se entrambi i genitori sono crudelmente negligenti e drammaticamente vivi e in buona salute?

Storia d’altri tempi

La Famiglia Willoughby gioca sui cliché dei classici per bambini, quelle storie agrodolci i cui ingredienti fondamentali sono orfani resilienti, adulti meschini, filantropi in cerca di redenzione da errori passati o semplicemente desiderosi di riempire la loro enorme e vuota casa di risa di bambini e odore di torte appena sfornate. Tim, Jane e i gemelli Barnaby, però, sono forse i primi bambini nella storia delle storie d’altri tempi a desiderare di essere orfani.
Le premesse de La famiglia Willoughby sono, seppur capovolte, affini a molte storie d’altri tempi – potremmo dire quasi démodé – che tutti noi conosciamo: i fratelli vengono privati del cibo, degli abiti, delle cure parentali – tutti quei bisogni bambineschi con cui continuano a tediare i genitori, che li vorrebbero silenziosi, fuori dalla vista, praticamente inesistenti. Qual è la novità, direte voi? La novità, nonché il vero punto di forza di questo film d’animazione, è proprio la figura dei genitori, che Craig Kellman (precedentemente a capo del dipartimento di character design per Madagascar e il non-proprio-per-bambini Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia) ci presenta come un’agghiacciante via di mezzo tra i classici personaggi in stop-motion di Tim Burton e le originarie vignette del New Yorker del fumettista Charles Addams. Mamma e Papà Willoughby, infatti, si amano proprio come Gomez e Morticia: un amore maniacale, un’ossessione, un amore che consuma tutte le risorse disponibili nel rapporto a due e non lascia spazio per i figli. I signori Willoughby sono anaffettivi e aridi solo nei confronti della loro prole, il più grande errore della loro vita.

Non la famiglia che ci meritiamo, ma quella di cui abbiamo bisogno

Se di film d’animazione che ci insegnano che a volte la famiglia è quella che ci si sceglie e non quella che ci capita ci è già capitato di vederne – basta pensare al concetto di Ohana in Lilo & Stitch, o alla famiglia allargata di Po alla fine di Kung Fu Panda 3 -, nelle storie da bambini i cattivi genitori restano un tabù. Via libera con le matrigne – da Biancaneve, passando per Cenerentola e arrivando a Rapunzel, le seconde mogli o le madri affidatarie non hanno mai avuto redenzione, sommerse da gelosie e bramosia – ma nessuno osi toccare il sacro legame di sangue tra padri e madri e figli. Anche la madre di Merida in Ribelle o i genitori di Riley in Inside Out, per quanto tratteggiati come antagonisti delle protagoniste, stanno in realtà agendo per il loro bene, l’amore che provano per le figlie non è mai messo in discussione e in un momento finale standard di agnizione saranno le ragazze stesse a perdonare i genitori, rafforzando così la relazione filiale.
I genitori Willoughby, invece, sono spregevoli, egoisti, malvagi, e così resteranno fino alla fine. Nessun momento salvifico, nessuna redenzione, i fratelli Willoughby sanno di non aver mai potuto contare sui loro genitori e finiranno per farsene una ragione, consolidando il rapporto tra di loro e cercando nuove figure genitoriali positive – per quanto atipiche e con una simbolica pettinatura che ricorda un cuore stilizzato – e trovando non quello che volevano, ma quello di cui avevano bisogno.

Un lieto fine dei tempi moderni

Se il lieto fine è d’obbligo, infatti, e gli Willoughby vivranno per sempre felici e contenti, possiamo almeno constatare come Lois Lowry – autrice dell’omonimo romanzo da cui questo lungometraggio è tratto – e il regista e sceneggiatore Kris Pearn – conosciuto per Piovono Polpette 2 – siano riusciti a costruire un finale equilibrato, senza scadere nella retorica del perdono (quel la mamma è sempre la mamma che funziona bene nelle pubblicità delle merendine per la prima colazione, un po’ meno nella vita reale), ma tenendosi allo stesso tempo lontani da un eccesso di dissacrante cinismo che avrebbe trasformato la storia della famiglia Willoughby in una satira crudele e nichilista.
In La Famiglia Willoughby atmosfere d’altri tempi – a partire dalla casa, un piccolo gioiello gotico vittoriano incastonato tra i grattacieli – che richiamano alla mente dello spettatore le vicende di altri orfani, come quelli Baudelaire perseguitati da Una serie di sfortunati eventi, si intrecciano a modelli parentali e familiari lontani dalla famiglia nucleare, in cui l’amore va a sostituire i legami di sangue. Grazie a una computer grafica che sembra imitare nelle inquadrature e nella costruzione degli ambienti la stop-motion, la visione de La Famiglia Willoughby è piacevole anche nei momenti meno ispirati, come le scene ambientate dentro la fabbrica di dolciumi che escono sconfitte dal paragone con altre ambientazioni simili – la ben nota fabbrica del signor Wonka, ma anche il mondo zuccherino di Sugar Rush in Ralph Spaccatutto. Accompagnato da colonna sonora apprezzabile in cui spicca la dolcezza di I choose you, interpretata nella versione originale dalla giovanissima cantautrice canadese Alessia Cara, La Famiglia Willoughby è un lungometraggio di animazione con meno velleità artistiche e uno sviluppo più lineare del candidato all’Oscar Klaus, ma che ha tutti gli ingredienti (e dei divertenti easter egg che citano Interstellar e l’immancabile Risky Business) per essere una piacevole visione per grandi e bambini più o meno d’altri tempi.