Nell’ambito dell’iniziativa LA RAI CON IL CINEMA ITALIANO, dal 21 maggio su RaiPlay arriva MAGARI, opera prima di Ginevra Elkann, con Riccardo Scamarcio e Alba Rohrwacher

Il cinema al tempo del COVID-19 arriva direttamente sulle piattaforme. Capita con Netflix, con Amazon Prime, capita con il lancio della nuova realtà virtuale di MioCinema e capita anche con RaiPlay, una delle realtà più attive per l’audiovisivo online che ospiterà ora alcuni titoli in anteprima direttamente sul sito. È l’iniziativa #IlCinemaNonSiFerma, la proposta di otto film originali che nel periodo di pandemia non hanno trovato spazio sul grande schermo, ma che potranno arrivare nelle case degli spettatori grazie alla piattaforma nazionale.

Da film presentati ai festival a piccoli passaggi prima della chiusura dei cinema, otto titoli inediti vanno a formare la lista delle opere che nelle prossime settimane compariranno su RaiPlay, la cui iniziativa viene presentata dal produttore Paolo Del Brocco: “L’esperienza della sala è sacra e irripetibile, però ci sono film che dovevano uscire e che, purtroppo, non hanno potuto farlo. Aspettare altro tempo avrebbe potuto mettere in difficoltà queste opere, è per questo che c’è stata la forte volontà di creare un legame tra il pubblico e RaiPlay, di cui bisogna ringraziare i produttori dei film disponibili che hanno accettato l’invito di uscire sulla piattaforma. I film che usciranno saranno Magari (21 maggio), Bar Giuseppe (28 maggio), La rivincita (4 giugno), Abbi fede (11 giugno), Lontano lontano (18 giugno), Ötzi e il mistero del tempo (25 giugno), Dafne (2 luglio) e Un giorno all’improvviso (9 luglio).” 

MAGARI DI GINEVRA ELKANN

Scritto dalla regista Ginevra Elkann assieme alla sceneggiatrice Chiara Barzini, il primo film dell’iniziativa Magari vede tra i suoi protagonisti le stelle del cinema italiano Riccardo Scamarcio e Alba Rohrwacher, per un racconto tra autobiografia e sentimenti d’infanzia di cui ci parlano proprio le realizzatrici e gli interpreti.

LA CONFERENZA STAMPA

Ginevra e Chiara, come vivete l’arrivo di Magari su RaiPlay e come nasce, fin dal principio, il vostro film? 

G.E.: “Per l’uscita voglio ringraziare RaiPlay, Rai Cinema e Lorenzo Mieli, questa è un’occasione unica per entrare proprio nelle case degli spettatori e speriamo che l’opera venga vista il più possibile. Ho aspettato davvero con ansia questo momento. Magari nasce da una conversazione con Chiara, un dialogo fatto di ricordi di un periodo che va tra gli anni Ottanta e Novanta. Volevamo parlare del concetto di famiglia, basando il tutto sulla questione della memoria. Ricordo che Riccardo (Scamarcio) una volta mi disse che Magari non era un film sulla famiglia, ma sull’idea che si ha di questa e trovo che sia una definizione molto giusta perché la pellicola va stabilendosi su sogni e aspirazioni. È anche per questo che sono felice che il film arriverà direttamente nelle case, perché stiamo vivendo un momento in cui siamo costretti a stare di più con le nostre famiglie, in un clima di grande ricollegamento.”

C.B.: “Ginevra la conoscevo come amica e produttrice, un giorno chiacchierando ho insinuato in lei l’idea di raccontare in prima persona una storia in maniera creativa. Abbiamo un senso dell’umorismo vicino e lo stesso vale per lo sguardo con cui ci piace narrare le persone, con una fila di reference su famiglie disfunzionali inserite nel film che abbiamo preso dalla nostra biblioteca. C’è un romanticismo che mettiamo nelle storie, nei personaggi e nel loro modo di proiettarsi in una realtà delle cose che non sono né vere, né realistiche. A questa atmosfera siamo andati ad aggiungere la nostalgia per gli anni Novanta, un modo di vedere ai nostri genitori che appartiene alla generazione a cui noi apparteniamo, in cui le nevrosi uscivano diversamente rispetto ad ora, in questa epoca post-digitale. Volevamo raccontare di figli e genitori senza porre giudizi, con un’empatia sincera verso questi padri e madri sgangherati, ma genuini.”

È quindi corretto affermare che Magari ha un forte appiglio autobiografico? 

G.E.: “Direi che sì, il film ha certamente uno spunto autobiografico, ma ha poi preso la sua strada. È importante parlare di queste emozioni e questi sentimenti che proviamo da piccoli, perché sono poi quelli che ci crescono quando diventiamo grandi. Anche ciò che sembra minuscolo è ciò che nel tempo ci rende gli adulti che siamo e diventeremo. È per questo che, oltre a ciò che può esserci di personale, in Magari c’è un sentito che è universale, che funziona per tutti. La piccola protagonista del film vive i suoi momenti tristi e felici in base alla sua famiglia, a come lei crede debba essere, sia nella felicità che nell’infelicità. Bisognava entrare con minuzia in queste sensazioni, perché il film non voleva essere un affresco privato, ma qualcosa di intimo che però toccasse tutti.”

Ci sono componenti della tua famiglia che si sono riconosciuti nel film?

G.E.: “Non credo, non troppo. Ai miei fratelli è piaciuto in quanto a film, non solo perché si parlava di fratellanza. Sono stati contenti del fatto che abbia realizzato l’opera, di aver finalmente fatto il salto da regista. E così mio padre. C’è ovviamente qualcosa di suo nel personaggio di Carlo, ma è giusto un’ispirazione, perché è andato poi amalgamandosi con le idee di Chiara e anche con quelle di Riccardo. Mio padre ha visto qualcosa di suo che c’è, ma a volte pensa di aver visto qualcosa che lo riguarda quando invece non è così.”

A proposito di questo papà, cosa puoi dirci di più Riccardo? 

Riccardo Scamarcio: “Magari racconta del personaggio di Carlo in un momento molto preciso. Sono le vacanze di Natale, è previsto che vada in montagna con i suoi figli arrivati dalla Francia e invece costringerà i ragazzini a recarsi alla casa al mare a Sabaudia di un suo amico americano per finire di lavorare. Questa è già una premessa: i figli sono vestiti da sci, ma quando li va a prendere li porta al mare. Il mio è un papà chiaramente non abituato ad avere questi figli intorno. È uno scrittore, un sognatore, un idealista, ma è un po’ incapace ad assumersi completamente le sue responsabilità, anche se ci prova, non risultando sempre efficace. Nel copione c’era una qualità di scrittura che non mi sono affatto preoccupato quando poi si è trattato di interpretare questo personaggio, quello che mi spaventava era di dover coordinarmi con questi tre giovani attori che si trovavano alla loro prima prova. Pensavo sarebbe stato faticoso, visto anche che Ginevra voleva recitassimo in scioltezza. Ma essendo stata lei bravissima e essendo stata subito in grado di entrare in empatia con questi giovanissimi, tutto è stato sorprendente. Questo proprio perché era ciò che Ginevra cercava da dietro la macchina da presa: essere sorpresa.”

G.E.: “E devo dire che questi bambini non attori sono stati davvero bravi. Hanno trovato la giusta familiarità tra loro, si sono mostrati capaci e coraggiosi. Hanno mostrato una grandissima forza e una bravura nel comprendere quello che stavano facendo. Dopo due minuti sul set già si sentivano a casa, interessandosi a tutti i compartimenti che vanno a formare un film. Sono stati curiosi ed è questa la grande fortuna e forza dei bambini.”

Se il Carlo di Riccardo Scamarcio è il papà dei giovani protagonisti, il personaggio di Benedetta si pone come qualcosa di ancora altro rispetto al concetto di famiglia.

Alba Rohrwacher: “Benedetta è la sceneggiatrice e compagna di Carlo, si unisce alla vacanza-lavoro all’ultimo momento. È per questo che si ritroverà a far parte di una famiglia allargata, dando la possibilità al film di esplorare il concetto di nucleo famigliare allargato, che si estende oltre il sangue. Si creerà una nuova idea di famiglia, tanto nel film quanto nell’idea che ne avevano i bambini, che avranno l’occasione di conoscere bene i loro genitori. Grazie al lavoro e alla scrittura di Ginevra e Chiara anche Benedetta è diventato un personaggio sorprendente. Poteva rimanere nell’angolo, essere solo marginale nei termini della storia, ma l’hanno resa motore che dà ai bambini e al loro padre l’occasione di cambiare. Gli altri si appoggiano a lei e, appoggiandosi, risolvono se stessi.” 

Visto che Magari, come affermato dalla stessa regista, ha qualcosa della sua infanzia, ma allo stesso tempo vuole rievocare un po’ quella di tutti, quanto di vostro avete ritrovato in questa famiglia e nel modo di rapportarsi tra i vari personaggi? 

R.S.: “Ho trovato molto della mia memoria nel film, soprattutto con il personaggio della piccola Alma. La bambina immagina che i genitori ritornino nuovamente insieme e il film lo mette in scena con varie visioni e ricordo perfettamente che intorno ai sei o sette anni, più o meno all’età di Alma, quando i miei litigavano e c’era minaccia di separazione, prima di andare a dormire facevo una preghiera affinché facessero pace. È stato attraverso queste dinamiche delicatissime, ma così precise che ho compreso la vicinanza al film. Magari è un gran bel film che mette in scena dei personaggi in cui il pubblico può trovare un pezzo di sé.”

A.R.: “Immergersi nel mondo ideato da Ginevra è stato facile le perché si trattava di un posto davvero accogliente, dove trovarsi a nostro agio grazie a costumi, scenografie e il resto. Tutto derivava dalla sua memoria, rendendo quel mondo concreto. Ma ad un certo punto mi sono resa conto che non c’era più bisogno che mi chiedessi dove cominciava la memoria di Ginevra e dove finiva la mia e viceversa. Si è andati avanti creando un nucleo che fosse autonomo e lei è stata una vera maga a creare relazioni e mondi che conosciamo e che sentiamo così vicini.” 

G.E.: “Quello che dice Alba è ciò che con Chiara desideravamo per il film. C’è moltissimo di scritto e che sappiamo dei personaggi e della loro realtà, ma c’è anche tanto non visto, tanto non detto. Sono momenti tra momenti. Si percepisce tutto ciò che c’è da raccontare e tutto ciò che non abbiamo raccontato. Abbiamo imbastito Magari in modo che ci fosse molto da vedere, ma altrettanto da intuire dietro.”

Guardando alla vostra carriera e alla vostra vita, come vi approcciate da attori a questi ruoli genitoriali?

R.S.: “Ogni volta mi rendo conto che l’amore di un padre verso il proprio figlio richiede di mettersi spesso in secondo piano. Questa è una cosa che ho ritrovato molto nei film che ho interpretato. C’è sempre una certa difficoltà nell’andare più in là con lo sguardo, capire che i figli sono anche e soprattutto persone. C’è bisogno di capire quel senso di indipendenza che li caratterizza e che è necessario lasciare ai figli il futuro.”

A.R.: “In Magari Benedetta non è una madre, ma essendo il personaggio scritto in maniera così sorprendente alla fine si ritrova ad accudire delle debolezze dei ragazzi e lo fa con atteggiamento materno. In Troppa grazia, ad esempio, il mio è il personaggio di una madre che si sente a proprio agio nel suo ruolo o in Figlia mia invece la mia protagonista esprime una maternità negativa, ritrovando un sentimento per quella creatura che ha abbandonato anni prima durante il film. Non so quante similitudini possano esserci tra questi personaggi, ma sicuramente ogni volta il discorso verte attorno all’accoglienza, alla capacità di accogliere i figli, propri e non. Sono questi i sentimenti con cui confrontarsi.”