Ryan Murphy, il genio dietro la metamorfosi del mondo della serialità. Hollywood, da oggi su Netflix!

È impressionante come, nel corso di pochi anni, l’universo della serialità sia stato in grado di cambiare così tanto. Radicalmente, epidermicamente, agendo di narrazioni decise a svincolarsi da quello che sembrava potesse essere inaccessibile alla tv, rendendo il piccolo schermo contenitore ideale per una sperimentazione delle storie che cominciavano ad avere, di anno in anno, sempre più respiro. Il cambiamento è avvenuto, quindi, prima di tutto nei racconti, nella maniera stessa di raccontare, nell’opportunità di rendere accessibile uno scibile creativo che alla televisione sembrava non poter venir concesso, partendo dunque da una base comune di prodotti e produzioni originali a modo loro, ma che risiedevano ogni volta sotto schemi e regole generalizzate. Quegli stilemi televisivi, quei metodi di approcciarsi alla serialità tentandone una via a ogni stagione più descrittiva e personale, hanno visto il distinguersi più non solo di macro aree come le commedie, i melò o i drama, apportando una propria dose di gusto che iniziava a partire anche da chi, la tv, voleva renderla grande.

La stravaganza di Glee

I propri paradigmi, applicati alle logiche seriali, diventano metodi di esplorazione per i novelli registi e ideatori di storytelling delle serie televisive, che scelgono di affibbiare al loro lavoro uno stampo che rendesse riconoscibile il proprio passaggio, facendosi padroni di un vero e proprio tratto autoriale che li avrebbe resi affidabili creatori. È ciò che, circa dieci anni fa, un signore della tv come Ryan Murphy ha realizzato, esplodendo con uno dei serial musical più famosi della storia delle serie tv, permettendosi di poter rendere il proprio marchio distintivo un segno del suo esserci in quella scatola quadrata chiamata televisione. È l’anno di Glee il 2009, l’anno dei club di canto, degli stacchetti musicali tra i corridoi, delle granite buttate in faccia. L’anno dell’emergere di stelle momentanee, delle canzoni come espressione delle situazioni e dei sentimenti, di un fandom completamente stregato dalla stravaganza e dallo spirito da loser del glee club, anche se in verità quelli che vedevamo stagliarsi sullo schermo erano i personaggi più cool che avessimo mai potuto immaginare.

Sebbene già conosciuto con le serie tv Popular e Nip/Tuck, fu con l’avvento di Glee che l’onda travolgente di Ryan Murphy ricoprì ogni centimetro delle sue inquadrature, condite di quelli che sarebbero stati i suoi tratti caratteristici da qui fino alle più contemporanee produzioni della recente carriera. Nella ritmicità di una storia che punzecchiava e sollecitava continuamente i suoi personaggi, dove la spocchia e boriosità dei protagonisti facevano da veicolo per il mascherarsi di insicurezze e sogni di gloria, il prodotto trasmesso sul canale Fox è diventato da subito un gioiello di stile, di un ambiente che poche volte la tv aveva visto così simmetrico, preciso, curato. Così attento al formulare una soluzione che rendesse gli spazi dell’Ohio e della William McKinley High School il più attraenti possibili, pur riconducendoli alla normalità di un liceo in cui era possibile riconoscersi, ma che coperto dalla patina glamour adottata da Ryan Murphy avrebbe reso inavvicinabili quei luoghi e quelle personalità nella vita reale.

L’impronta sofisticata nel suo spirito kitsch: le serie tv moderne

Nella coesione di hit pop e esibizioni iconiche – dalla puntata dedicata a Britney Spears a quella a Lady Gaga, dagli interventi di Ricky Martin a personaggi da una puntata e via come Matt Bomer, fino alla mescolanza di intramontabili mash-up -, Glee ha messo in scena il desiderio di raggiungere il successo, ma ancor di più di poter essere se stessi, affrontando con piglio audace l’omosessualità, il suicidio, il sentirsi incompresi nel proprio corpo, le fragilità che possono derivare da fratture esterne o squilibri interiori e tutta quella gamma di percorsi adolescenziali che hanno fatto crescere contemporaneamente i personaggi e tanti di noi. Su quella che è forse la più fondamentale pietra di paragone con cui Ryan Murphy si è poi andato a concentrare nel proseguo della sua attività televisiva, il creatore del famoso glee club ha determinato un nuovo modello di racconto seriale, di un’attenzione al camp che non sfociasse mai nella farsa, nel melò ironizzato che non sfogasse mai nel ridicolo. Un insegnamento che ha appreso per re-impiantarlo nelle sue creature successive, che pur declinandosi in differenti tipologie di genere e ampliando il proprio raggio d’azione, sono dovute comunque tutte partire da quel palco della sala grande della William McKinley High School.
È quell’impronta sofisticata nel suo spirito kitsch che Murphy ha continuato a trasportare di serie in serie, di produzione in produzione, ponendo i suoi prodotti sempre su quella linea di mezzo in cui si poteva transitare dal guilty pleasure (Scream Queen, The Politician) a ciò che più vicino potesse esserci alla fama e all’adorazione (Pose, American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace). L’importanza dell’occhio dell’autore ha vagato – e continua a vagare – scegliendo con attenzione quelli che possano essere i lavori a cui la sua sensibilità è in grado di potersi accostare, non sfuggendo dall’impegno di storie imprescindibili come la lotta all’AIDS in The Normal Heart, ma sapendo controbilanciare la sua effervescente pennellata con ritratti spesso sgradevoli eppure estremamente intriganti, concentrati insieme da Murphy come nella mitologia di Feud.

Con quell’abbagliarci con una luce che nasconde, però, anche diverse spiacevolezze, Ryan Murphy ha risaltato le sue serie tramite un vivo trattamento della palette cromatica, con l’accuratezza nel vestiario dei suoi personaggi e con una regia dal largo respiro, fluida come la capacità dell’autore di spostarsi da un progetto all’altro, ma facendo sapere ogni volta allo spettatore di chi fosse quella traccia stampata e lasciata. La tv dell’artificiosità e della moda nata grazie a Ryan Murphy, un movimento dopo cui il piccolo schermo non è potuto più essere lo stesso.