Tempo fa un uomo disse che era arrivato il momento di colonizzare lo spazio. Un’assurdità, penseranno in molti. Ma l’uomo rimase convinto della propria idea, istituendo un ramo delle sue forze armate per concentrarsi sul futuristico (?) e avanzato (?) progetto di conquista dell’universo. Nacque, così, la Space Force, che insieme all’Aviazione, all’Esercito, alla Marina, alla Guardia costiera e al corpo dei Marines divenne il sesto ramo operativo di uno dei paesi più influenti al mondo: l’America. Il nostro uomo era, infatti, niente meno che il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la sua intenzione di rendere dominante la presenza degli Usa sul territorio lunare un progetto che, anni dopo, si presenta ancora nella sua fase embrionale.

È la serialità, però, ad aver avanzato sul tema con passi da gigante, arrivando a concepire un prodotto audiovisivo su base spaziale, prendendo da quella che sembrava una prospettiva folle e improduttiva – il predominio di un Paese sullo spazio – e rendendola il fulcro principale e ineccepibile di una comedy che ne ha tratto, dall’insensato, il meglio. La Space Force, dunque, non rimane solamente il titolo di una diramazione delle forze americane, ma diviene l’intuizione dei creatori Greg Daniels e Steve Carell messa in pratica per Netflix in una serie che ne concerne tutte le impossibilità e i problematici riferimenti, sostenuta dal concetto principale che “la verità supera la fantasia” e cercando di rendere quell’opportunità così preoccupante un potenziale comico di non poca rilevanza.

L’intelligenza prima della risata

Senza scomodare nemmeno il nome di Trump, la Space Force indetta dal Presidente della serie si avvale di un veterano della genialità televisiva come Daniels, che mette da parte l’ingente carica fintamente demenziale delle sue precedenti produzioni (The Office, Parks and Recreation) per un risvolto seriale che sceglie la sottigliezza all’escalation, la sopraffina tecnica del lasciar intuire piuttosto che il proclamare a gran voce barlumi di ilarità. Nell’inaspettata invettiva in cui il creatore assieme al suo collaboratore e protagonista Carell si cimentano, è l’intelligenza prima della risata a colpire per il raffinato lavoro di descrizione di un ambiente che non è, ma potrebbe essere. Che – speriamo – non venga riproposto nella realtà sotto i medesimi termini, ma il cui timore è ben tangibile visto il bisogno ossessivo di una nazione come quella americana di stabilire il proprio dominio su qualsiasi superficie rimasta incontaminata.

Agendo d’ingegno e scegliendo audacemente di non adottare una comicità più marcata e spinta – quella che probabilmente molti dei fan dell’autore si sarebbero augurati, rischiando il rifiuto dei più affezionati rispetto all’attenzione che Space Force merita di poter concentrare -, il mondo chiuso della base segreta statunitense è un’ecosistema che si auto-bilancia tra militarismo e scienza, autorità e moralità. Sono gli scenari immaginabili proprio per la loro inconcepibile paradossalità che spingono la serie a una riflessione che si determina con l’acutezza di una messa in ridicolo che va dalla brutalità continua e perpetrata della guerra come unica soluzione – bomba? Chi ha scritto bomba? – al dibattito e scontro attorno a un machismo in alcune categorie ancora imperante, dalla volontà primaria di scienziati e uomini illustri di muoversi per il bene comune alla rivincita costante e infrenabile di un capitalismo individualistico e teso a infantilizzare.

È così che la politica entra a far parte di un circo tra il rivoluzionario e il mediatico di cui Space Force permette di far ridere in sordina, giocando con i cliché e le stranezze del caso senza però concedere alla serie di scivolare nella parodia più scontata, rendendola tanto luogo di una comicità critica quanto palinsesto di un circolo fatale e ironicamente drammatico, quasi vetrina di cosa potrebbe accadere se a guidarlo fosse un’incapacità e una preparazione inadeguata. Opzione che, quindi, potrebbe ipoteticamente presentarsi e che Space Force cerca di tramutare da incubo concreto a esorcizzazione dell’eventualità, con tanto di scimmie come unica soluzione per riparare satelliti spaziali e scontri all’aperto sulla superficie lunare a suon di chiavi inglesi.

Foto: Netflix

Comandante in capo della task force della serie, Steve Carell indossa la sua divisa migliore per impersonare il generale Mark R. Naird, non solo tra i ruoli più interessanti della carriera dell’attore – ingiusto sarebbe non citare il Michael Scott nato proprio con Greg Daniels o il più recente e controverso Mitch Kessler della serie evento The Morning Show -, ma colui che, più di altri, spinge l’interprete a una gamma di modelli comportamentali dei più variegati, mostrandolo in una compressione tesissima per l’intera stagione, ma insieme sempre catalizzatore di una naturale portata di innata irriverenza. E, a fargli da secondo in questa missione di conquista, è un John Malkovich in perfetta fusione con il suo collega, una miscela di personalità attoriali e di personaggi che rende immediatamente iconica questa inedita coppia, arrancandosi il diritto di elevarsi a duo più riuscito del moderno panorama seriale.

Con un coinvolgimento totale che si scopre veicolato non solamente dalla sua parte comica, ma che garantisce un’immersione completa nella serie, provvista anche del suo continuo sberleffo alla realtà e alle sue estreme conseguenze, Space Force ha il coraggio di non farsi solamente portatrice di un’ironia facile e che i suoi autori hanno già percorso, avventurandosi tra galassie e habitat spaziali, mettendo in ridicolo quanto basta e gratificando il loro bisogno sardonico –  nonché quello del pubblico – di sarcasmo. Sicuramente un’organizzazione più coscienziosa di quanto potrebbe avvenire al di fuori dallo schermo, con un motto che rimane sempre e solo quello: boots on the moon!