Basato sull’omonima saga fantasy, Artemis Fowl è disponibile dal 12 giugno sulla piattaforma streaming Disney+. 

La pellicola Artemis Fowl, opera di ispirazione letteraria, è arrivata direttamente su Disney+ il 12 giugno, dietro la direzione di un regista come Kenneth Branagh. Icona di stampo shakespeariano che dietro la macchina da presa ha esplorato temi più ludici (dalla dimensione fumettistica Marvel di Thor alla fiabesca rivisitazione in live-action di Cenerentola), questa volta si è dovuto confrontare con il liminale mondo della magia, alle soglie di un incontro tra uomini e tradizioni irlandesi dove tutto ciò che può sembrare impossibile è, invece, reale.

Direttamente dai primi due volumi della saga fantasy dello scrittore Eoin Colfer, Artemis Fowl è la scoperta da parte del protagonista che dà titolo al film di una verità taciuta e segreta, di un mondo a confronto che vive nascosto agli occhi degli esseri umani, dove elfi, nani e goblin si aggirano liberi e indisturbati. Una realtà di cui il giovane ragazzo (Ferdia Shaw), talentuoso e fuori dal comune, ha imparato dai racconti del padre (Colin Farrell), costretto a diventarne presto custode dopo il rapimento del genitore. Riscoprendo le leggende apprese e venendo a conoscenza di un cimelio dalla potenza inarrestabile, Artemis rapirà la fata Spinella Tappo (Lara McDonnell) e assoderà un nano scassinatore (Josh Gad), scatenando così una rivolta per riuscire a salvare suo padre.

Josh Gad guarda dritto nella macchina da presa, il suo viso è incollato allo schermo. Ci guarda negli occhi, ammicca buffamente, mentre comincia la sua storia raccontando il motivo per cui si trova rinchiuso in quella cella. Parla di una mente geniale, del giovane dietro ai misteriosi avvenimenti attorno alla residenza Fowl. Ci invita a usare l’immaginazione, a espandere le nostre conoscenze, a considerare “le infinite possibilità della magia”. Ciò di cui, però, il personaggio di Gad sembra all’oscuro, è che non sempre magia è sinonimo di qualità. Non sempre magia è sinonimo di fascinazione, di emozione, di accettazione di realtà talmente fuori dal comune da risultare ammalianti solo per la loro stessa natura. Perché Artemis Fowl vivrà anche di magia, ma della variante più caotica e insensata come poche se ne erano viste negli ultimi anni.

Totalmente impiantato su di una narrazione che non poggia i propri presupposti su basi solide, la pellicola Disney ha problemi di scrittura tali da non riuscire a sostenere un racconto che abbia un protagonista empatico, dei personaggi di contorno efficaci, un cattivo dell’adeguata portata e uno svolgimento degli eventi sensato

Nel nonsense generale che Artemis Fowl promulga, l’ingiustificato sembra giustificato solo in virtù di un racconto raffazzonato, e i conflitti sono talmente interni alla scrittura della pellicola da essere poi del tutto ammassati nella costruzione del film per ragazzi.

La mancanza di stupore per un universo come quello incantato di Artemis Fowl si ascrive alla povertà immaginativa di un compartimento tecnico e di design che catapulta i personaggi indietro di anni rispetto all’evoluzione di CGI, immaginario fantasy e tecniche di lavorazione in digitale, dove nessuna meraviglia caratterizza lo spettacolo che la Disney vuole proporci, peccando di un pressappochismo del fantastico che si ripresenta nel caos visivo di una battaglia continua e indistinta.

Il contrasto tra l’eccessiva intuitività del protagonista e la complessiva assenza di attinenza nella sceneggiatura di Michael Goldenberg e Judy Hofflund, fa dell’opera d’entertainment di Kenneth Branagh un grande insufficienza creativa che si affatica sia per l’ingente produzione, sia per l’incredibile incapacità di saperla applicare. Conseguenza, però, più che causa originaria. Perché, anche nei suoi completi disastri, la Disney riesce sempre a perseguire la volontà di darci un insegnamento: se non c’è una storia non c’è un film. E se non c’è un film, non c’è magia.