Charlie’s Angels: un’avventura moderna con un trio di eroine atletiche e irresistibili. Com’è il nuovo flm di Elisabeth Banks?

Qualsiasi donna può essere un angelo. Lo sapevamo tutti, ma dalle alte sfere arriva la conferma. Non più solamente limitato ai territori della California, il servizio segreto offerto dal miliardario sconosciuto Charlie spalanca i propri confini e, così, le tipologie di agenti che possono entrare a farne parte. Sono questi i presupposti su cui il Charlie’s Angels di Elizabeth Banks si pone, stesso universo della serie tv e dei film che lo hanno preceduto, ma inserendosi in una corrente al femminile di blockbuster mondiali che tentano di ribaltare le iconografie puramente sensuali e macchiettistiche che hanno caratterizzato i precedenti angeli.

Era, infatti, un tono totalmente leggero e connotato del cinguettio quello che rendeva le storiche Charlie’s Angels di Cameron Diaz, Drew Barrymore e Lucy Liu tre bombe ad orologeria tanto nei combattimenti, quanto nella carica sessuale. Donne che spaccavano i culi e sventavano crimini internazionali, pur sempre però in minigonna o con scollature vertiginose a sottolineare la linearità dei loro corpi. Ed erano proprio quest’ultimi che, assoggettati allo sguardo maschile, diventavano più importanti rispetto al talento e alla capacità di pilotare un aereo in caduta libera o battersi contro un intero bar di uomini armati, ciò su cui le pellicole del 2000 e 2003 puntavano e che va mancando senza mezzi termini alla struttura narrativa e visiva del film diretto da Elizabeth Banks.

La differenza di una guida femminile dà modo di cogliere da subito il cambiamento di direzione che il filone delle Charlie’s Angels avrebbe preso con il suo ritorno, impossibilitato nel sistemarsi nuovamente come opera d’intrattenimento dedicata solamente alle fantasie maschili, lasciando la sessualizzazione delle sue protagoniste per fare in modo che il pubblico si concentri, con totalità, sulla loro missione. Un allontanamento tutto da circoscrivere al momento storico in cui la pellicola della Banks va collocandosi, apparentemente anni luci da quell’inizio del Duemila in cui McG dirigeva il trio Diaz-Barrymore-Liu, a cui va però da riconoscere lo sfruttamento anche in positivo di quell’arma che può essere la bellezza, non cercando solamente l’ammiccamento allo spettatore, ma dimostrando come il sapersi rapportare al proprio aspetto potesse contribuire a portare a termine il loro compito – tutto giocato sulla sottostima che si potrebbe avere di una bella donna e il suo dubitarne, erroneamente, le potenzialità.

Kristen Stewart, Ella Balinska e Naomi Scott, angeli di nuova generazione, non catalizzano assolutamente il compiacimento della macchina da presa che dovrebbe rappresentare, secondo le più tradizionali analisi del cinema, l’occhio del pubblico maschile. Elizabeth Banks è molto attenta alla rappresentazione delle sue protagoniste, che pur coscienti anche loro della propria fisicità e della possibilità di poterla sfruttare a proprio vantaggio, non ne lasciano mai trasparire l’eccesso, non cercando la posa sexy o la provocazione per il pubblico, ma agendo, solamente, come angeli. Una decisione coerente e, soprattutto, all’avanguardia rispetto certamente alle passate colleghe, che ha inciso però sulla fattura tutta della pellicola, andando a stabilirsi in parallelo con il realismo – sempre per ciò che concerne l’action – che propone il film, da farne così una versione godibile, ma poco originale del filone delle opere d’azione.

Quella permeabilità sensuale del Charlie’s Angels di McG andava, infatti, abbinandosi alla realizzazione di due pellicole che portavano con loro un bagaglio di ispirazione da B movie il quale, di conseguenza, si propagava per l’intero corso dell’entertainment, con le mosse da kung-fu e gli eccessi estremi delle protagoniste, dove il patto da stringere con lo spettatore era l’assoluta mancanza di logicità o spiegazione possibilistica delle azioni dei personaggi. Una carica che, a distanza di anni, è da riconoscere al Charlie’s Angels targato 2000 per l’incredibile dose di ironia che si porta dietro, permettendo una visione di cui è impensabile non cogliere la sessualità estremizzata di cui abbiamo trattato, ma che posta all’interno di un tale divertimento riesce comunque a trovare un proprio motivo per sussistere.

Un lato esagerato e esagitato delle pellicole precedenti che dà molto più carattere alla narrazione degli angeli rispetto alla moderna versione scritta dalla stessa regista Banks, che per legittimarsi in un mondo maschile, ha forse mancato di aggiungere note personali e di attrazione spettacolare che potessero contribuire ad esaltare la pellicola. Esempio che alcune sue colleghe hanno invece seguito, nonostante il poco riscontro di pubblico, come in un film quale Birds of Prey (più tardi ri-titolato Harley Quinn) dove le coreografie action del cinecomic di Cathy Yan e la messinscena di scenografie inappuntabili – nonché una sceneggiatura che, tra salti temporali e sovrapposizione di narrazioni e momenti, aveva in sé uno spirito dissacrante – hanno fatto della rinascita della Harley Quinn di Margot Robbie un colorato e lunatico mondo dei balocchi.

Una ricerca del cinema d’intrattenimento femminile, dunque, che continua a mantenersi come militanza per riuscire a trovare il proprio ruolo e posto nel panorama cinematografico, dove la strada è ancora lunga, ma in cui una visione apprezzabile pur nella leggerezza di un film come Charlie’s Angels coopera per permettere a altre pellicole del – e sul – genere di venire fuori.