La pellicola di Spike Lee, attuale più che mai, è disponibile su Netflix dal 12 giugno

BalckKklasman finiva sulle immagini strazianti di Charlottesville. La bandiera americana rovesciata, tinta di nero nella sua nuova forma, apriva lo spettatore alle torture strazianti di una realtà non filtrata e perciò assai dura da poter digerire. Una violenza che non veniva più rimaneggiata attraverso il filtro dell’immaginario cinematografico, ma che rinforzava l’ideologia di un film come quello premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale a Spike Lee, che se era riuscito a ironizzare – con rabbia – sull’indagine di un nero all’interno del Ku Klux Klan, non aveva più nulla per cui far ridere, scioccando per l’irruzione del vero dopo due ore e un quarto di “finzione”, stordendo per la crudeltà che, nel corso degli anni, sembra non essere ancora diventata in grado di ragionare.

Come andava chiudendosi BlackKlasman va quindi aprendosi Da 5 Bloods, una sorta di continuità ipertestuale dove la base di riferimento continua a rifarsi ai fatti della storia, con l’incidenza di ciò che ha rappresentato – e rappresenta – la cultura e la verità storica taciuta degli afroamericani, che si fa collegamento e interconnessione per la filmografia del regista di Atlanta, che della politicità dei suoi argomenti ha fatto lo statuto della propria carriera. E l’originale Netflix va a inserirsi con perfezione e con l’arroganza di chi ha padronanza di mezzi e conoscenze proprio sulla scia di un cinema in cui Spike Lee non fa che riversare tutto il veleno sopito, l’infezione di una società afflitta dal razzismo che, ancora malata, continua a rimbalzare tra ieri e oggi per comprenderne l’evoluzione e combatterne la presuntuosa ottusità.

Se, però, il messaggio di Da 5 Bloods passa forte e chiaro come era impossibile non aspettarsi da un cantastorie della cultura black quale Spike Lee, è la resa senza compromessi della pellicola che lascia che sia più il significato del film a passare invece che il suo valore di opera cinematografica intrinseca. Una bellezza di idee che è impossibile non intravedere nel marasma tracotante del rifacimento in chiave tragicomica/grottesca della guerra in Vietnam con il suo conseguente ripetersi, ma che viene offuscata dall’eccesso di una rimessa in scena maneggiata con tutti i crismi del caso, che della seriosa riproposta di quelle missioni insensate se ne fa ambasciatrice e dispensatrice.

È proprio, dunque, l’accumularsi ciò che caratterizza il viaggio a ritroso di Da 5 Bloods, un ammassarsi che prende primariamente dalla pazzia post-traumatica del personaggio di Paul per proiettarla nella ricerca dell’oro e dei resti del loro mentore e amico Storm Norm. Un precipitare degli eventi che fagocita il pensiero fondamentale dietro al lavoro degli sceneggiatori Danny Bilson, Paul De Meo, Kevin Willmott e Lee stesso, che lo sormonta, lo divora, lo rende funzione per una spettacolarizzazione drammatica che perde rovinosamente di buon senso, sfociando in un gioco di stili dove il fulcro del discorso rimane inalterato, ma che la narrazione cinematografica non ha più la capienza adatta per poterli contenere.

Nel ri-eseguire le disgrazie di un battaglione che ha dato l’anima – e la vita – per un Paese che non ha mai sentito come suo Paese, per un popolo che non lo ha mai considerato parte del proprio popolo, e per un dettame patriottico che sarebbe stato bene reindirizzare e che, protetto dall’ala di Martin Luther King, si è visto strapparsi via le possibilità di una ritrovata dignità all’assassinio del suo pastore, quello che poteva, come BlackKklasman, diventare manifesto, sembra più una tesina il cui poco spazio comprime le idee proposte. Dove l’inserimento compulsivo supera la selezione artistica e contenutistica che finisce per sopraffare l’opera e il suo spettatore, in cui purtroppo è l’insensatezza a primeggiare, nonostante la comprensione condivisa, condivisibile e onesta di ciò che Spike Lee continua a promulgare con il suo cinema.

Di quel risentimento rabbioso, di quella tristezza sofferta che il film fa percepire chiaramente da principio e con cui conosciamo i personaggi, di quell’essere a pezzi che si cerca di rimettere insieme come ciò che rimane di un vecchio amico, Da 5 Bloods sceglie di non farne altro, di usare la pesantezza degli anni e dei ricordi come trampolino per rendersi, poi, qualche altra cosa, in un’esorbitanza dietro cui va sfumando tutto quanto, prendendosi come oro sotto la terra umida della giungla. È per questo che quello di più autentico a cui la pellicola può aggrapparsi è, incredibilmente, l’attinenza con il 2020, i miracoli del cinema che non finiscono mai di stupire e lasciano ogni volta esterrefatti per l’assonanza che possono applicare al periodo in cui il film sta vivendo. Per questo è sotto la luce dell’omicidio di George Floyd e delle proteste per il Black Lives Matter che va leggendosi l’opera di un militante quale lo è sempre stato Spike Lee, per una pellicola che più che essere quella giusta, è capitata nel momento giusto.