Che ne sarà della notte prima degli esami – la maturità al cinema e nella vita reale

L’esame di maturità, formalmente esame di Stato conclusivo del corso di studio di istruzione secondaria superiore, è la prova finale che sancisce, nell’immaginario comune, la fine dell’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta.

Questo, almeno, è quello che vogliono farci credere, o che noi stessi vogliamo credere, per la vita che ci aspetta alla fine di un percorso di tredici anni che – non a caso – viene definito scuola dell’obbligo. La vita dopo la maturità sembra essere un’infinita estate, senza più compiti imposti, sveglie impostate, professori che si impuntano sulla tua presunta svogliatezza. Il futuro si staglia all’orizzonte, luminoso come le belle speranze che ci riempiono subito dopo aver finito di parlare di Nietsche o Kant, consapevoli che ormai alla maturità non boccia più nessuno. Ma il futuro, ci ricorda un giovane Silvio Muccino in Che ne sarà di noi, il futuro non si vede mai, come la Turchia.

Prima di arrivare a parlare del film del 2004 di Giovanni Veronesi e partire con Matteo, Manuel e Pio per Santorini, però, dobbiamo affrontarla, questa benedetta maturità, istituzione quasi centenaria, nata nel 1923 e che dall’entrata in vigore della Riforma Berlinguer del 1997 si chiama semplicemente esame di stato.

Cinematograficamente parlando, il momento di gloria degli esami di maturità è rappresentato dall’esame orale: uno contro tutti, la commissione schierata come un plotone d’esecuzione che spara raffiche di domande su date, concetti, nozioni, senza lasciare il tempo di riflettere; un po’ come succede per gran parte del percorso scolastico. Cosa succede a chi prova a ribellarsi ce lo mostra in una delle sue prime opere Paolo Virzì: Piero, il protagonista di Ovosodo – film ad alto tasso labronico del 1997 – in sede di esame definisce D’annunzio il peggio di tutti, Carducci un trombone, Pascoli stucchevole e Manzoni paternalista. Giudizi, quelli del giovane interpretato da Edoardo Gabbriellini, che presuppongono una conoscenza profonda degli autori.

Paolo, infatti, alla richiesta della commissione di parlare di un autore che apprezza, presenta una lunga lista di contemporanei come Stefano Benni e Ian McEwan, confermando di essere uno che ne sa. Tuttavia, andare fuori tema è uno dei peccati capitali della maturità e a niente serve mostrare di aver usato la testa per pensare, anziché imbottirla di informazioni preconfezionate. Paolo verrà bocciato e finirà in fabbrica a raccontare ai suoi colleghi – per allietare i lunghi turni da otto ore – le trame di Dickens e Carlo Cassola come fossero soap opera. Come dimostrano anche i maturandi di Ecce Bombo, poeti contemporanei (soprattutto se viventi e presenti in carne e ossa nell’aula) e pensiero critico sul malgoverno della Democrazia Cristiana non sono i benvenuti in sede di esame.

L’attitudine della commissione al pensiero critico non cambia, ma nel 1984 i maturandi trovano il loro inno. Si tratta di Notte prima degli esami, lato B del 45 giri di Ci vorrebbe un amico. Con le sue immagini evocative di nonne alla finestra e pianoforti sulla spalla, il cantautore romano racconta una storia di amore e maturità che supererà le barriere generazionali tanto da far cantare in tempi recenti al gruppo indie pop dei Pinguini Tattici Nucleari che così come San Valentino è un’invenzione dell’industria dei cioccolatini per i cuori afflitti, la maturità altro non è che una grande invenzione di Mr. Antonello Venditti.

La consacrazione dello sguaiato karaoke di gruppo di Notte prima degli esami come rito apotropaico alla vigilia della prima prova avviene nel 2006 con l’omonimo film – esordio alla regia di Fausto Brizzi – che racconta le vicende di un gruppo di studenti alla vigilia della maturità del 1989. Il successo di Notte prima degli esami, che ha permesso a Brizzi di replicare l’anno successivo con Notte prima degli esami – oggi, in cui una versione alternativa dei personaggi del primo film si trova a studiare per la maturità nel 2006 dei mondiali che hanno visto il cielo azzurro sopra Berlino. Notte prima degli esami, che correva il rischio di presentarsi al pubblico più giovane come il tentativo nostalgico di un quarantenne di rivivere la sua maturità attraverso i giovani attori, è invece diventato un film che raccoglie l’essenza del nervosismo, della paura e della voglia di vivere che precede questo passo essenziale verso il mondo degli adulti in cui la prima regola resta, però, non fidarsi degli adulti e non ripassare Leopardi.

Cosa succede dopo la maturità, invece, ce lo racconta, come già anticipato, Giovanni Veronesi in Che ne sarà di noi, film del 2004 con Silvio Muccino e Elio Germano in cui il tema della maturità, intesa come qualità dell’individuo e non come esame istituzionale, viene declinato nelle figure dei tre personaggi. Mentre Matteo rappresenta la maturità sentimentale e il suo arco di crescita lo porterà a smettere di comportarsi da ragazzino pazzo d’amore per abbracciare il dolore della prima delusione, Manuel e Pio costituiscono i due estremi opposti di uno spettro che vede agli antipodi famiglia e soddisfazione personale. Poiché non esiste una sola strada da percorrere, ma le scelte devono sempre essere filtrate dal vissuto personale di ogni persona, mentre Pio si realizzerà allontanandosi dalla pianificazione del suo futuro deciso per lui dai genitori, rasandosi i capelli a zero e perdendosi nel mercato dell’argento di Instanbul, Manuel capirà, dopo una violenta catarsi personale, che il suo posto è accanto alla madre vedova, non per dovere ma per amore.

Che si tratti di comprendere qual è il proprio posto nel mondo, o di assumersi responsabilità che sembrano impossibili – la gravidanza, per esempio, compare sia in Che ne sarà di noi che in Notte prima degli esami come meccanismo di spinta alla crescita e frattura con il passato – , avere diciannove anni, sembrano dirci questi film, non è affatto semplice ed è giusto ricordarlo anche a chi, ormai, la maturità l’ha già quasi dimenticata. Tutti i grandi sono stati maturandi una volta – possiamo dire parafrasando Antoine de Saint-Exupéry – ma pochi di essi se ne ricordano e questo è un male. Ricordare l’incertezza dei diciannov’anni, il terrore di non essere all’altezza, il senso di invincibilità una volta conclusi gli esami, quella ciclicità di stupore e timore, esaltazione per il futuro e incertezza per ciò che è invisibile, può aiutarci, dieci, vent’anni dopo, a ripensare alla nostra versione più giovane, quella che voleva svegliarsi la mattina dopo e avere trent’anni per scoprire il futuro, e ammettere che, anche se lentamente, anche se in maniera diversa da come l’avevamo progettato, a trent’anni ci siamo arrivati davvero. Anche se continuiamo a chiederci ogni giorno che ne sarà di noi.