Astenersi detrattori: Robert Pattinson è l’attore del momento! 

Smettiamola di sorprenderci di quanto è bravo Robert Pattinson. È ciò che l’idolo delle folle sembra continuarsi a trascinare dietro: una sorta di revisionismo della sua immagine di cui, apparentemente pochi, riescono a riconoscere il valore. Ma ormai è ben il contrario ciò che avvolge l’aurea da divo della punta di diamante di una Hollywood che sta formando i nuovi pilastri della sua generazione. Un attore, un interprete, che continua a venir misurato in base al proprio inizio, a quelle scelte lavorative e, perché no, personali che gli hanno però comunque permesso di aprirsi un varco in un panorama cinematografico che ha deciso, poi, di esplorare da cima a fondo.

Quindi no, non partiremo dal paragone con quella nota saga di successo – perché può anche dar fastidio, ma di successo ne ebbe – come partenza per un Robert Pattinson che è sempre stato molto più di quello che si pensava, molto più di quello che avremmo anche solo potuto immaginare. Un Robert Pattinson che dimostra di possedere il privilegio di uno stare al mondo dalla raffinatezza innata, di una presenza sulla scena e davanti la macchina da presa che catalizza su di sé senza però mai offuscare l’opera di cui è partecipe.

Fascino, carisma e magnetismo

Il fascino dell’attore Pattinson non risiede nell’inaspettatezza della performance, ma nel carisma per nulla forzato, per nulla maneggiato che concede alla fisionomia dell’interprete di prestarsi alla rudezza di questo mondo o, viceversa, alla dolcezza di altri suoi passaggi, catalizzando un magnetismo che non ammette allo sguardo esterno di potersi posizionare su altri attori o su di altre realtà filmiche che non lo riguardino. Attrazione potremmo chiamarla, quella che spinge il pubblico a seguire ogni gesto millimetrico che l’attore compie per dare ai suoi personaggi le piccole caratteristiche delle loro ossessioni, delle loro idiosincrasie. L’immergersi nella messa in moto di personalità che hanno costituito per l’interprete un ventaglio di opportunità espressive, le quali hanno però tutte indirizzato il proprio nucleo in personaggi quasi indipendenti da questo mondo, peculiari proprio per la straordinarietà che li descriveva e che Robert Pattinson ha saputo dargli, da renderli quasi superiori rispetto a ciò che di loro, con altri interpreti, sarebbe potuto rimanere.

Oltre, dunque, alle capacità fondamentali dell’attore, è l’intelligenza nella scelta artistica che Pattinson ha descritto con la predominanza di alcuni suoi successivi ruoli, sempre più azzardati di quelli precedenti, tanto da aver delineato il profilo di un attore che non ha mai avuto timore nel portare il proprio lavoro lì ai limiti di esperienze cinematografiche spiacevoli e che, comunque, si rivelassero di grande impatto. Cronenberg, Herzog, Gray, autorità cinefile e, insieme, aperte al grande pubblico, che hanno riservato all’interprete un paradiso dei sensi a cui abbandonarsi e rinascere nella pelle di quei personaggi. Conferme che, arrivando dalla Mecca dei grandi, hanno concesso a Pattinson sia di dedicare il suo talento al cinema dei cultori che lo hanno condotto fino a spazi inospitali e siderali – tra tutti il viaggio nell’essere umano, nella sua storia, nascita, morte, dinastia di Claire Denis con High Life – sia di avventurarsi in universi sperimentali a cui, come interprete, ha saputo dare fiducia.

È infatti sotto la stella dei fratelli Sadfie che Robert Pattinson arranca e imbruttisce nella corsa sfrenata di un protagonista con i minuti contati nel dramma psichedelico Good Time, o nella visionarietà contemporanea e orrorifica del Robert Eggers di The Lighthouse che, rivisitando il Prometeo antico, le leggende grottesche dei marinai, ha plasmato l’attore come argilla al solo tocco, storcendolo, facendolo impazzire. Il film passato in concorso nella sezione della Quinzaine des Réalisateurs alla 72esima edizione del Festival di Cannes, l’horror che ha determinato, insieme al precedente The Witcher, l’affermazione d’autore per un giovane del teatro d’avanguardia e sperimentale come Eggers, ha dunque suggellato un mito che partiva dai racconti e, poi, dalla sceneggiatura, per proiettarsi e avere uguale valore nell’esaltazione di un Robert Pattinson finalmente libero da qualsiasi peso ancora credeva – e credevamo – portasse addosso, scacciando qualsiasi retaggio pensava – e pensavamo – di dover ancora giustificare.

Con The Lighthouse Pattinson si è così elevato attraversando la medesima elevazione che persegue il suo protagonista. Ma se nel gioiello dell’orrore il suo personaggio brucia troppo in fretta per godere di quella nuova conoscenza, l’interprete ne è oramai parte muovendosi nel panorama cinematografico che lo acclama a livello mondiale. E proprio quando ci si aspetta che da Robert Pattinson non si possano più avere sorprese, ecco che la svolta mainstream torna predominante a farsi sentire, accolta con clamore vista la portata delle produzioni di cui l’attore entra a far parte, continuando non più quella scalata alla notorietà, ma riconfermandola per un interprete il cui stampo non è facile trovare da altre parti.

Addentrandosi nelle scatole cinesi di Christopher Nolan, invertendo il tempo, la fisica, le azioni, i principi quantistici per la costruzione di un action movie che riscrive – e lì rimane incastonato – le regole del grande film d’autore d’intrattenimento, Pattinson assorbe nel proprio personaggio la calma della bussola, l’ironia della spalla, attuando nuovamente quella sua fascinazione intrinseca che fa si che il film (Tenet) sembri, quasi, reggersi sulla sua presenza, pur non essendone “The Protagonist”, il protagonista. Tolto da qualsiasi sovrastruttura interna, vista l’ingerenza di quella tecnica e mastodontica esterna, Robert Pattinson si cala addosso la veste di faro in un mondo nuovo, sconosciuto, in cui noi impariamo a vederlo sotto un’ulteriore punto di vista, sotto una luce anche stavolta inedita. Inedita, come la scelta per il giovane di non sottrarsi, in quello che è già uno dei titoli più attesi del tempo che verrà, all’imbracatura pesante – materialmente e popolarmente – di Batman, “The” Batman, alla direzione di un Matt Reeves che aveva commosso con la sua trilogia de Il Pianeta delle Scimmie e che con Pattinson vede tutta una linea cinematografica da dover tratteggiare sul sentiero DC.

Un supereroe cattivo, un uomo arrabbiato, una violenza per cui Robert Pattinson sembrava prepararsi da tempo e che vedremo sprigionarsi nel vigilante di Gotham. Che splendida carriera che ha deciso di costruirsi questo splendido attore. E basta sorprendersi per quanto è bravo Robert Pattinson. Lo sappiamo già tutti.