Con il pesante compito di riportare al cinema la maggior parte dei cinefili del mondo post-lockdown, Tenet arriva al cinema dal 26 agosto

Il Tenet di Christopher Nolan è un evento dalle portate imprescindibili. Con il solo, “piccolo” compito di caricare sulle proprie spalle la rinascita dell’industria cinematografica post-pandemia mondiale. L’obbligo di riconfermare la sala come luogo primo di visione, il giocattolo palindromo dell’autore hollywoodiano sfida l’entropia che sostiene i meccanismi fisici della nostra natura per interiorizzarla e rimaneggiarla, cercando di ostacolare qualcosa di ancor più temibile di un’ipotetica guerra nucleare, in una formazione e in un annullamento costanti che continuano a sfiorarsi lì dove hanno possibilità di collocarsi tenaglie temporali.

Due compiti di ingente portata, quindi, il sostenere le aspettative di un intero settore che, dalla critica al pubblico, dalle maestranze a tutti gli spettatori, ha bisogno di rifocillarsi dopo l’insostenibile momento di sospensione delle attività filmiche tutte, e quello di rendere coerente un discorso che, più delle altre opere di Nolan, vive principalmente all’interno di una sola, interessantissima, ma alquanto precaria idea. Un mondo che scorre all’inverso e, così, all’inverso porta anche la storia, i personaggi. Un inverso che è l’ultima frontiera visiva delle scatole cinesi nolaniane e che sceglie questa volta, più di qualsiasi altra, di non rifarsi ad alcun tipo di spiegazione o logica.

Nella confusione aldilà di qualsiasi interpretazione meta-scientifica che Tenet tiene con la fragilità di un castello di carte, l’instabilità di Christopher Nolan risiede lì dove è l’ambizione stessa a riuscire a coprire le tracce di un’insensatezza che non è dato né di vedere, né di sapere svelata. I meccanismi che il regista e sceneggiatore aveva fin ora saputo sempre modellare a proprio piacimento rischiano il tracollo nella gestione esagerata e esasperata di un tempo che si muove in avanti e indietro, nel giusto verso e all’incontrario, lasciando che sia l’auctoritas del nome Nolan a ergersi come totem massimo a cui si rifà ogni gesto e ogni delucidazione, facendo valere più il titolo che negli anni è stato assegnato al cineasta, che una coerenza di trama e racconto.

I SOGNI E IL TEMPO (SECONDO NOLAN)

Aspirando più a una dimensione cinematografica costruita su misura dei sogni e delle aspettative del regista, Tenet non concede allo spettatore di ritrovare senso negli spostamenti temporali e/o relazionari dei protagonisti, costretti essi stessi a sottostare alle modificazioni delle azioni non più agenti solamente attraverso causa ed effetto, ma portando ogni atto ad avere una ripercussione tanto sul presente della pellicola, quanto sul suo (modificabile) passato. Se dunque il concetto alla base del procedimento di Tenet possa sembrare pur comprensibile, è nell’allungare, contorcere e stirare nuovamente il tempo e il suo svolgersi che si perde il fulcro del significato del funzionamento di un’opera che finisce per non cercare più la ragione o l’attenzione intellettiva dello spettatore, ma si accontenta del suo coinvolgimento anche solo superficiale, l’unico che sembra permesso da un film che si chiude su se stesso pur di far valere la propria posizione.

Nell’incomprensione analitica dei procedimenti che compongono le teorie e l’andamento di Tenet, Christopher Nolan colpisce comunque per la grande tecnica che non potrebbe mai mancare anche nel film più scombinato della sua carriera. L’entrata del personaggio di John David Washington, alle soglie di una conoscenza che sta per svelarsi davanti ai suoi e ai nostri occhi, diventa l’oltrepassare dal mondo ordinario a quello straordinario della giovane Dorothy, il varcare l’arco e giungere nelle terre di Oz, dove l’eccitazione per lo sconosciuto e l’inesplicabile si fondono in un’adrenalina che, pur nel caos della fisica, non può che scuotere fin interiormente la curiosità e l’immaginazione del pubblico. Un entusiasmo per la spettacolarizzazione del film d’azione e spionaggio che va a lenire quell’incrinatura nelle fila della narrazione che può, così, scivolare nel mezzo di uno sbalorditivo filmico inappuntabile, visione eccezionale alla quale tocca allo spettatore scegliersi di abbandonare, accantonando, più o meno a malincuore, tutte le dovute perplessità.

Dall’ermetico principio che racchiude in sé la determinazione di appartenere, fin da subito, a un universo pensato e creato unicamente dalla mente di Nolan, dove l’accettare di farne parte diventa, poi, l’impasse dell’intera pellicola, fino ad una lenta apertura a quell’inverso che procede indipendentemente da noi, Tenet si fa tutt’uno con la colonna sonora di Ludwig Göransson diventando una partitura a cui non manca l’armonia, ma che è ben su altro a cui va a puntare. Un quadro più grande, l’auspicio di un cinema che non si rifaccia più a nulla se non al suo proprio proprietario, al suo solo esegeta, dove immagini e suoni possono tornare all’indietro nonostante lo stridere con una realtà che è ancora la cosa più importante di tutte, anche se contorta e riadattata. Forse il film più vicino al suo ideatore Christopher Nolan, perché unico Archimede di un mondo realizzato a sua immagine e somiglianza.