Un’ambiziosa e frizzante direttrice marketing interpretata da Lily Collins è la protagonista di Emily in Paris, dal creatore di Sex and the City

Serie tv che debutta su Netflix in contemporea con il nostro progetto CineChic, Emily in Paris arriva sulla piattaforma streaming dal 2 ottobre. Dal creatore di Sex and the City, Darren Star, e con una deliziosa Lily Collins, erede lodevole di Sarah Jessica Parker, un’avventura fresca e leggermente spicy adatta a un giovane pubblico amante della moda e dell’era digital.

Una moderna Carrie Bradshaw

Ci sono serie tv di grande successo che se riguardate a vent’anni di distanza dalla messa in onda della prima stagione funzionano ancora bene e ci fanno pensare che potremmo continuare a vederne le repliche per sempre. Sex and the City è una di queste. Andata in onda tra il 1998 e il 2004, raccontava le avventure (e disavventure) principalmente amorose di quattro donne benestanti di New York, single e con più di trent’anni, molto amiche tra loro: la giornalista freelance Carrie Bradshaw, l’avvocata Miranda, la gallerista e poi madre a tempo pieno Charlotte, e Samantha, responsabile di un’agenzia di pubbliche relazioni. Tutta lustrini, perle e grandi brand, la storia delle quattro inseparabili amiche rimaneva sospesa tra il sogno di una vita sempre al passo con la moda e la ricerca del big love, quello con la B maiuscola.

Donne contemporanee progressiste ed emancipate, Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte intrecciavano la loro vita a trame cosiddette “verticali”, cioè quelle che si risolvono nel giro di una puntata e sviluppavano tre elementi principali: il sesso, la moda e New York. La novità di Sex and the City era proprio il tema trattato: le brevi relazioni sessuali intrattenute dalle protagoniste e i problemi legati al sesso, forse ancora un tabù per l’epoca. La formula funzionava allora e potrebbe funzionare oggi, perché la serie, che nelle sue sei stagioni e due film ha portato avanti un importante sviluppo orizzontale, incentrato sulle più importanti storie d’amore e sesso delle protagoniste, aveva in più il merito di aver introdotto un’intera generazione di donne al concetto di libertà sessuale, attribuendo al piacere femminile un valore che mai gli era stato conferito durante il corso della storia televisiva.

Fortunatamente, il tema centrale dello show HBO non suona più come una grande eureka oggi, ma è questo stesso fuoco spirituale che permea Emily (in Paris) nel racconto della serie tv a lei dedicata. Darren Star e Patricia Field (costumista di Sex and the City, Il Diavolo veste Prada e, ora, dello show Netflix) celebrano icone che hanno portato la moda nel cinema e nel mondo della serialità televisiva, rinnovando una formula nota, modernizzando temi, professioni, ambientazione e struttura.

INDOSSARE UNA POESIA

Guardare Emily in Paris, con occhio attento e vigile alle citazioni, significa fare un vero e proprio tuffo nel passato: è uno show dedicato a uno spettatore che sa cogliere la reale essenza del personaggio grazie a segmenti visivi tra loro complementari, perché Emily è Parigi esattamente come Carrie era New York.
L’ambiziosa ed energica direttrice marketing venticinquenne di Chicago – che ottiene inaspettatamente il lavoro dei sogni nella città dell’amore, dove la sua azienda ha acquisito una compagnia di lusso francese e dove dovrà occuparsi di rinnovare la strategia dei social media – veste Prada (ma non è il diavolo), indossa con disinvoltura capi di Chanel, scarpe di Christian Louboutin e accessori di Kate Spade. L’alta moda a portata di mano, elemento che, a suo tempo, aveva attratto il pubblico di Sex and the City. Una somiglianza che, in fondo, è legata anche alle due attrici a confronto: come Sarah Jessica Parker, anche Lily Collins è protagonista della moda del nostro tempo.

La firma di Patricia Field in qualità di costume designer non è solo attribuibile all’aspetto iconografico. I colori, gli abiti audaci, e l’idea stessa che ogni donna, in ogni luogo, può attingere dal proprio armadio e ridefinirne i codici. Non esiste il “normcore“, è questione di individualismo, unicità e fiducia in se stessi. Emily Copper non vuole rivendicare la normalità, e non vuole essere nemmeno “alternativa”, vuole essere se stessa.

I costumi di Emily, nello show, hanno un vero e proprio arco narrativo. La vediamo all’inizio con outfit casual e bizzarri, quasi eccentrica come “un’americana a Parigi”. Abiti che riflettono la sua ambizione e la sua forte personalità. Con il passare del tempo e degli episodi, Emily acquisisce glamour e raffinatezza, in perfetta fusione con la città francese. Ma non è un cambiamento alla Andy Sachs de Il Diavolo veste Prada, in Emily in Paris è opportuno parlare di commistione di stili, cioè cogliere l’identità della moda di un paese straniero e adattarla al proprio stile. In questo senso, la citazione del primo episodio della serie ci viene in aiuto: “è come indossare una poesia”.

Limiti culturali

Nella sua leggerezza, Emily in Paris lancia un messaggio importante in termini di integrazione e limiti linguistici. Trasferirsi in una nuova città e cambiare vita e lingua può essere un’esperienza eccitante e del tutto inedita: l’entusiasmo per la novità, la sensazione di avere il mondo in tasca, di aver avuto il coraggio di rischiare e mettersi in gioco per andare incontro ad un proprio progetto di vita. Per Emily, Parigi rappresenta la possibilità di diventare Senior Brand Manager, ma a quale costo? Quelli appena descritti sono tutti elementi che contribuiscono a rendere densa di progettualità positiva la scelta del suo trasferimento, fino a che, e senza troppi giri di parole, Darren Star non lascia lo sgradevole compito a Monsieur Brossard, fondatore dell’agenzia parigina dove Emily dovrà lavorare, di riportarla con i piedi per terra. Emily dovrà frenare il suo entusiasmo perché un ben noto snobismo francese poco accetta i suggerimenti di una giovane americana. Sebbene di primo acchito questo possa sembrare un concetto stereotipato, è con lo sviluppo del racconto che comprendiamo dove lo showrunner vuole andare a parare. Da qui in avanti la serie diventa sempre più accessibile al suo target di riferimento, dipendente dalle mode e dai social network. Il potere dei social e degli hashtag sono la chiave del successo di Emily, che aguzza creatività e ingegno conversando con utenti e clienti dell’agenzia, diventando una vera e propria influencer e facendo comprendere che esperienza e innovazione possono convivere.

emily in paris recensione

L’amour dans la ville lumière

Una cena al bistrot sotto casa. Un pain au chocolat. Una finestra sulla città come Nicole Kidman in Moulin Rouge!. Una serata all’Opéra. Un selfie nella strada più bella di Parigi “dans la ruelle qui va au bout” di Place Dalida. Una serata tra le stelle di una mostra di Van Gogh. Una pausa pranzo al parco sotto la Tour Eiffel. Flirt con affascinati ragazzi parigini. Una gita fuori porta degustando champagne. Emily vive Parigi in ogni sua meraviglia, e nella città dell’amore, non mancherà l’occasione di intrecciare le sue avventure lavorative con una nuova, travagliata storia. Quando Emily incontra Gabriel (Lucas Bravo), affascinante, educato e sensuale vicino di casa, l’attrazione è evidente. E, nel più classico dei triangoli amorosi, Emily dovrà scegliere tra passione e amicizia, non dimenticando mai le sue esigenze sessuali. 

Tra cartoline di Parigi che omaggiano i primi cinque minuti di Midnight in Paris, lo show esplora il concetto di fusione e cambiamento. Viaggiare e immergersi in una cultura straniera ti rinnova, risveglia quell’esposizione al mondo con freschezza e novità. Ed è quello che fa Emily, vivendo una vie en rose.

CineChic Radar

In Emily in Paris, la moda si offre come strumento, di produzione e di senso, alla serie tv. Serve allo show in quanto codice costitutivo nella struttura dell’immagine e come dispositivo di accentuazione dei caratteri dei personaggi. Un rapporto simbiotico che genera sensazioni e sentimenti contrastanti. La naturalezza di Emily si incrontra e scontra con la superbia e ostilità di una perfetta “antagonista” parigina come Sylvie.

Emily in Paris è un prodotto televisivo certificato dalla qualità CineChic.