Nel dopoguerra, loschi figuri incombono su un giovane intento a proteggere i suoi cari: la recensione de Le Strade del Male, ora su Netflix

Le strade del male si dimostra esattamente come preventivato. Nato dalle pagine di Donald Ray Pollock, che in un’acutissima scelta meta-testuale si fa narratore stesso delle vicende che ingombrano la corposa narrazione del romanzo e, conseguentemente, della trama, la pellicola scritta e diretta da Antonio Campos – alla sceneggiatura assieme a Paulo Campos – ha dentro di sé il melodramma di quelli pesanti, tormentati, insofferente perché afflitto dalle sventure dei suoi protagonisti. Un’irrequietezza tangibile, impossibile da non sentire gravare su chi sta guardando alle disgrazie degli individui sullo schermo, che per quelle due ore e venti circa di visione rappresentano tutto ciò che di peggiore la vita è capace di riservare.

Un disagio, quello esistenziale e mosso dai racconti lineari e, poi, intrecciati dei personaggi, che va componendo una di quelle opere insostenibili per la crudeltà del messaggio che vogliono mandare, ma che ha dentro tutta la capacità per farlo con i mezzi appropriati. Con i volti giusti, le dinamiche ben oliate. Storie che ne compongono una sola, più grande, più universale di quelle circoscritte alle varie singolarità che si incontreranno, inevitabilmente, in quel quadrato di terra rurale che è l’America nel pieno degli anni Cinquanta, fino a sfociare nel decennio successivo. Narrazioni che si prolungano, si dilatano, ma hanno il seme della discordia in quei primi atti fondamentali che hanno segnato, brutalmente, i destini dei protagonisti. Quei film ingenti e densi, riempiti del malsano che può riservare il fato.

Quel male che nel titolo viene indirizzato da percorsi e vie, diventa dunque apologia per un film che ne racchiude il marciume nelle proprie fondamenta, nel dolore causato da un primo Adamo e una prima Eva, diramatosi poi per i suoi figli, per i predicatori molesti, per i serial killer esteti, per i poliziotti corrotti che dalla latrina in cui si trovano cercano di trarne ogni guadagno. E, su questa autostrada per l’inferno, una cappa di religiosità che rende quei peccati, quelle nefandezze, quelle viltà indicibili, si abbatte come croce da seguire e luce da percorrere. Il silenzio di Dio che si fa talmente assordante da dover venir riempito da tutto ciò che di più guasto è toccato a questa terra, dove solo essendo peccatori si può ritrovare la luce del Signore, ma in cui la lussuria, il sadismo, l’incuria e la perversione non si sono più solamente allucinazioni da cui mettersi al riparo, ma soluzioni per affrontare questa piccola vita.

Nella messa in discussione di ogni credo, nell’oppressiva rilevanza di una Bibbia che non manca mai di essere citata, toccata, letta o seguita alla lettera, Le strade del male mostra il bigottismo che è tutela per i propri disturbi, l’invasamento di una fede tale che agisce più come mala sorte che reale sostegno per i personaggi. Una religione che crea danni lì dove va nascondendoli con le parole dei santi, figure di cui è completamente privo il film di Antonio Campos, incapace di giustificare, sostenere o assecondare la possessione egocentrica, ingenerosa, infruttuosa, pericolosa dei suoi protagonisti, dando allo spettatore il potere di valutare, sapendo che nulla potrà fermare l’indomita genealogia della malvagità.

Al cospetto di un testo tanto voluminoso, rischiando di farsi sormontare dalla mole di impegno della storia di Pollock, ma agendo come brave sentinelle in attesa del giudizio di Dio, i tanti, noti attori di Le strade del male si susseguono in un continuo rimando a differenti linee temporali che si spostano e si riassestano a proprio piacimento, facendo mostra di una grande abilità di scrittura e di scelta dinamica del racconto da parte dello sceneggiatore e regista. Un saltare i momenti, riprenderli sul loro finire, tornare al principio da dove ogni cosa è scaturita, con un narratore onnisciente che tutto già sa e tutto può prevedere, dove la bravura degli attori passa nella caratterizzazione recitativa dei loro personaggi, in cui è un inatteso Tom Holland a sorprendere per la sua durezza fino a questo punto inesplorata.

Se solo allontanandosi dalla fede sembra possibile trovare la retta via, è ne Le strade del male che il pubblico può assaporare i grandi poemi americani, tutta la sofferenza accumulata che si suddivide e delimita nei territori dell’Ohio, nelle frazioni poco distanti, in un perimetro che alimenta la chiusura dei piccoli paesini di periferia e più ne restringe il confine, più sembra sconfinarne l’ignota empietà. Una mancanza di misericordia, una brutalità a cui i personaggi devono sottostare e, così, tutti i credenti che si apprestano alla visione, in una rivalutazione rassegnata della bassezza dell’uomo che, dentro o fuori la Chiesa, non può che venir riconfermata.

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