Presentato nella sezione Orizzonti della 77esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Mainstream è il nuovo film diretto da Gia Coppola 

Gia Coppola ne ha fatta di strada dal suo primo film Palo Alto. Dall’inquietudine giovanile che aveva caratterizzato il suo esordio alla regia, la nipote della più conosciuta Sofia continua ad esplorare l’universo dei teen movie indagandolo questa volta nella sua vena mediatica, sfruttando nuovamente le forme di comunicazione che creano i novelli contatti tra i giovani dell’era moderna e che la regista ha analizzato, romanzandolo con la mano esistenzialista delle produzioni indie, assieme allo sceneggiatore Tom Stuard.

Se con la pellicola che ha avviato la sua carriera la Coppola focalizzava puramente il proprio occhio sull’interiorità degli adolescenti americani, permeandone la fotografia e la messinscena, nonché le dinamiche di integrazione e socializzazione di narrazione che si inserivano così perfettamente sulla scia stilistica che avrebbe poi trovato il culmine della propria natura in chiave esponenziale in un prodotto come la serie Euphoria, con Mainstream è l’esterno l’unica cosa a contare, l’immagine del sé e del mondo che ci costruiamo attorno, reimpostato secondo un filtro Instagram.

Non favorendo soltanto l’ennesimo film sulla trasformazione che internet e i social hanno causato alla percezione personale e di condivisione nei giovani d’oggi, ma sfruttandone il potenziale visivo come rafforzativo di un discorso che si trascina nella sostanza e che la pellicola esplica con la potenza della propria storia, è focalizzandosi sull’eccellenza di racconto che i fenomeni contemporanei portano con loro a rafforzare una poetica che Gia Coppola aveva intrapreso già nel 2013. Abbagliata dalla fascinazione che il mondo di YouTube può offrire, diviso tra le nefandezze che è in grado di generare per ricoprirle, poi, dei suoi vuoti talenti, la cineasta non diventa certo la prima scopritrice dell’influenza che un universo parallelo può avere su quello reale, né a percorrere la dicotomia che va scambiandosi tra ciò che facciamo apparire e ciò che davvero siamo, ma allo stesso tempo sembra imporsi con una voce squillante e ben piantata, impronta in un tempo che siamo costretti a dover accettare, pur ritrovandoci spesso a ripudiarlo.

E se “Questa è Hollywood, anche gli insetti amano i riflettori” sono poi i medesimi insetti ad aver compreso che è molto più facile raggiungere il proprio scopo nei canali social di questa dimensione online, nella costruzione di personaggi che nel loro eccedere trovano la via facilitata per raggiungere il numero più alto di views, arrivando al punto tale di rischiare di consegnare anche la propria anima a un algoritmo asettico e individuale, perdendo la propria dignità di persone e calpestando anche quella degli altri partecipanti.

È così che, nel Mainstream di Gia Coppola, si arriva al culto dell’identità video-intrattenitiva dove il contenuto stesso può essere vuoto o ipocrita basta che si ponga come miniera di visualizzazioni per uno scopo che è, anche questa volta, il successo, il saper e dover confermarsi dentro al perimetro di uno schermo. È la costruzione del personaggio di Andrew Garfield quella che risucchia pian piano il cuore dell’opera e la vede marcire dell’ingordigia che il protagonista è portato a rivendicare. Nella contemporaneità di anni in cui le vere star sono su YouTube, il giovane si spoglia del menefreghismo provato fino ad allora per ciò che è virtuale diventando così virtuale lui stesso. Simulato, rimaneggiato, modificato come la regia della Coppola sceglie di mostrare, secondo i dettami di un’estetica pixelata, filtrata e manipolata come quella che vediamo riprodotta nella nostra socialità contemporanea.

Ciò che fino ad adesso avevamo conosciuto dello spettacolo televisivo e cinematografico, passa da questo momento a una medialità tecnologica semplicistica nei contenuti, ma avanzata nella capacità di sapersi espandere a macchia d’olio, che maneggia tassello dopo tassello l’ascesa di una star nel mondo degli youtuber come da sempre sono trattati i corrispettivi “convenzionali”, in una lezione che potrebbe causare un intrattenimento artefatto vista la mostruosità di un contenitore che risucchia dentro di sé tutte quante le impurità.

In quello che, cautamente, ma presentando una buona attinenza, sembra potersi affermare il Quinto potere degli anni Duemila, Mainstream ha la sfrontatezza di dire le cose come stanno non imitando, però, la supponenza del suo Andrew Garfield. Un film sulla facile presa di personaggi disgustosi e il disgusto che ci intriga tanto da rendere qualcuno davvero “Qualcuno”. Anche se poi in fondo si trattava di “Nessuno di speciale”.

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