Perché Mister Link ha vinto il Golden Globe battendo la concorrenza Disney-Pixar-Dreamworks? Scopritelo nella nostra recensione!

Erano i Golden Globe del 2020 e Frozen II – Il segreto di Arendelle, Il Re Leone, Dragon Trainer – Il mondo nascosto e Toy Story 4 aspettavano di venir nominati durante la serata di premiazione condotta da Ricky Gervais. Nessuno della cinquina, infatti, aveva anche solamente ipotizzato che un piccolo, semi sconosciuto film come Mister Link – nel titolo originale Missing Link – potesse anche solo competere con i quattro magnati del regno della fantasia dell’animazione sfidando Disney, Dreamworks e Pixar, figurarsi addirittura vincere, piegando i grandi studios a un applauso inaspettato e a una felicità del tutto permeata dalla sorpresa dei suoi autori.

Perché, in quella serata in cui uno dei nomi dei colossi dell’animazione sembrava aver già preso la statuetta in mano, fu proprio l’opera scritta e diretta da Chris Butler a trionfare nello scalpore generale. Una vittoria improvvisa, una conquista significativa e per nulla preventivata, che fece ancora più luce sulla pellicola in stop motion della Laika e, anche se non si ripresentò mesi dopo durante la cerimonia degli Oscar, segnò un momento di gioia per i suoi realizzatori e produttori sul palco del Beverly Hilton Hotel in California.

Se, infatti, l’Academy assegnò il suo riconoscimento al quarto capitolo della saga di Toy Story, Mister Link aveva raggiunto comunque la propria notorietà, accendendo la curiosità degli spettatori come è capace di fare l’opera stessa in riferimento al viaggio d’esplorazione che il suo protagonista Sir Lionel Frost è portato a intraprendere. È una storia di scoperta quella di Mister Link, umana, non umana, comunque universale. Un viaggio alla ricerca di un “collegamento mancante”, quello che intercorrerebbe in una catena genetica che va dalle forme meno evolute della terra a quelle definite degli uomini, ma anche di un sentimento collettivo, che dovrebbe essere ciò che ci, appunto, collega come individui, come singolarità in questo insieme naturale e cosmico.

Quello che Mister Link insegna con l’avventura dei suoi personaggi è proprio l’unione che può intercorrere tra ciò che conosciamo e ciò che, invece, ci è inizialmente estraneo. Quel diverso da noi che non ha bisogno e non deve essere definito in connotazioni negative o sbagliate, bensì diventa opportunità di poter trarre dal confronto con ciò che non ci assomiglia per un’immagine più ampia di un mondo che sa cogliere il potenziale della sensibilità e della gentilezza. Concetti assai specifici all’interno del film di Chris Butler, che rimangono fondamentali per la comprensione di un’operazione in cui, per rivelare ciò che c’è di più lontano dalla nostra quotidianità, si avvicina proprio a quell’elemento “di mezzo” che dovrebbe riconnettere la nostra parte intellettiva con quella legata alla nostra anima. Una componente a metà, il Mister Link finalmente trovato, che insegnerà che non si è fenomeni da additare, ma interiorità da scrutare, rassicurare e saper proteggere in alcuni casi.

Un apprendimento cruciale che avviene nel contenuto del film e vuole aprirsi anche al suo pubblico, puntando molto su di un racconto a cui però, in determinate congiunzioni, sfugge il senso dell’azione della storia, rendendo leggermente macchinoso il seguirne con la stessa presa iniziale il resto del racconto, non scendendo comunque mai sotto la soglia di un’operazione più che apprezzabile.

Con il doppiaggio di Hugh Jackman, Zoe Saldana, Emma Thompson, Stephen Fry, Timothy Olyphant e l’incontenibile Zach Galifianakis nel ruolo – vocale – di Mister Link, il film vincitore di un Golden Globe educa con simpatia e denota come anche ciò che è più distante da noi può, in verità, esserci vicino, in un itinerario che porterà nei posti più remoti del mondo per ricordarci che, in qualsiasi caso, siamo tutti abitanti di una stessa casa.