Nolan, colui che tutto inverte: che similitudini si possono analizzare tra Inception e Tenet?

Ogni regista ha la sua poetica, anche un tecnico come Christopher Nolan. Considerato tra i più grandi dell’universo spettacolare delle opere d’intrattenimento d’autore, il regista britannico ha negli anni forgiato una corazza da utilizzare come sua arma in battaglia per fronteggiare racconti e scatole cinesi da cui lui stesso trae piacere nel costruire. Un’esteta del tempo, un estimatore di tutto ciò che è riplasmabile in questa realtà fisica, che prende altra forma nelle sue dimensioni, diventando oggetti di una bolla di cui Nolan si elegge unico conoscitore. Una passione per la fusione di ciò che di materiale e intangibile ci circonda di cui il regista e sceneggiatore fa sua prima, ufficiale mostra con il montaggio inverso  di un cult del 2000 come Memento.

Sfruttando lo scorrere percettivo del protagonista e, così, degli spettatori, con il thriller psicologico che spacca a metà il passaggio da un secolo ad un altro, il cineasta Nolan confeziona un percorso all’indietro che, però, ancora agisce sul singolo personaggio – e sull’idea di montaggio – invece che incidere in maniera determinante sulla realtà tutta, aspettando un kolossal di dieci anni più tardo per ampliare l’ideologia del proprio cinema e farne perno di creazione per la sua carriera futura. È Inception l’obelisco cinematografico di un autore che ha scelto di trovare nell’intreccio tra firma e intrattenimento il proprio sguardo nell’industria autoriale e commerciale unitamente, il prendere l’elemento che più si confaceva alle corde del regista inglese e che ha potuto esplicare all’ennesima potenza in un film che ha segnato indelebilmente l’intero immaginario.

È impossibile, ad oggi e nel futuro, muoversi dimenticando gli effetti che il tempo ha agito in Inception e che Inception ha agito sul pubblico e sul panorama tutto. L’inserimento di un sogno, in un sogno, dentro a un altro sogno, o la possibilità di ingabbiare i ricordi per poter permettere a chi li popola di poter rivivere nelle nostre fantasie hanno eretto i palazzi dislocati e malleabili di un mondo come quello di Inception. L’architettura si è piegata alla mente e così anche il tempo, allungato, dilatando nei sogni che utilizziamo come cassaforte di informazioni, come luoghi in cui poter innestare un’idea. Ma è il tempo che tu trascorri all’interno di queste realtà simulate che finisce per agire sulla tua natura, sulla personalità dei protagonisti. Il tempo passato in un sogno ha modificato il sentire la realtà del personaggio di Marion Cotillard e così ha influito anche sul pubblico del regista, incantato e incatenato a questi nuovi spazi della mente e delle realtà generate, simulate, che gli sono state messe a disposizione, giocando da quel momento sempre di più con quella sensazione e quella nozione che è il tempo e di come viene percepita.

Condizione che ha portato Matthew McConaughey fin nello spazio, che lo ha avvicinato tanto a un buco nero da risucchiargli non solo il tempo, bensì i ricordi che non vivrà mai della crescita dei suoi figli. Lasciati a terra due giovani Mackenzie Foy e Timothèe Chalamet, sarà ritrovandoli Jessica Chastain e Casey Affleck che il protagonista capirà quanto quelle poche ore trascorse su un pianeta ricoperto da onde abbiano influito sul corso umano delle cose. Nella perdita di un tempo che il protagonista non vivrà mai, Nolan registra il dramma di un padre come quello del suo McConaughey e riflette tanto sulla parte scientifica e spaziale di un film come Interstellar, quanto sull’azione di voler tornare a casa dai propri figli, per un tempo dell’anima che non può essere scalfito, tanto meno abbattuto.

E se il tempo si susseguiva interiormente – oltre che sulla Terra – nella navicella di Interstellar, ecco che Dunkirk arriva con un altro rompicapo squisitamente cinematografico a inglobare le esperienze che i suoi predecessori hanno segnato nella cinematografia di un esegeta pazzo. Tre elementi – il molo, il mare, il cielo -, tre sviluppi differenti del tempo che confluiscono tutti su di un’unica spiaggia nel mezzo di un’unica missione. Christopher Nolan suddivide il proprio racconto di guerra facendo partire ogni storia e ogni personaggio da un personale punto di partenza fissando però, per ognuno, il medesimo obiettivo da acquisire. Ancora una volta l’idea, quella del tempo, quello che tutto ciò che scorre può variare agli occhi di uno spettatore e può convergere in una narrazione che non ha necessità di proseguire lineare, ma che nella manovra nolaniana di poter sfruttare il suo elemento più caro trova la sua forma poetica, il suo segno distintivo. Maneggiare non soltanto un racconto, ma tirarne le fila per ri-crearlo.

Ma se Inception, tra tutti, ha determinato con incidenza il pensiero dietro al cinema di Christopher Nolan, è il passo successivo Tenet, dieci anni dopo, a riconfermare, rafforzare ed estremizzare una filosofia che trova, forse, la sua bandiera portavoce. Se con Inception era la programmaticità dell’utilizzo di componenti metafisiche a instaurare una dialettica tra ciò che poteva accadere all’interno del film e ciò che veniva recepito dallo spettatore, con l’arrivo di Tenet Nolan proclama il suo assoluto suprematismo sul cinema a lui più vicino, più personale. Un rivendicare a tal punto la sua padronanza di un’arte come quella cinematografica declinata alla propria visione tanto da stabilire una copertura ermeneutica che non ne permette la penetrazione. Creare il proprio mondo consapevolmente secondo i propri inossidabili dettami, cosciente della portata del proprio nome e dell’opportunità di poterlo sfruttare come leva su cui innalzare edifici filmici a tratti impenetrabili, senza bisogno più di dare spiegazioni.

Agendo sull’inversione del tempo, sfruttando la propria egemonia sul mondo da lui realizzato, Christopher Nolan apre e chiude su se stesso un film il cui tempo diventa un’arma, una possibilità che è anche il pericolo della fine, un avanzamento tra passato e futuro, futuro e passato che al pubblico non è dato sapere, ma che è obbligato solamente a subire. Un totale controllo da parte del cineasta che incastra – volutamente – su di sé un’opera che sfida la fisica e non riesce, a volte, a spiegarsi troppo bene, ma che gli effetti dell’inversione del tempo li fa percepire tutti allo spettatore, lasciandolo impressionato mentre scorrono davanti ai suoi occhi le conseguenze di un mondo vissuto al contrario.

Nella pluralità delle scelte possibili di Nolan, quella del tempo ha determinato un cinema da un largo respiro pur nella sua apparente chiusura ermetica. Temi e argomenti che non riguardano più soltanto l’interiorità delle persone, ma di come questa venga modificata dalle cause di un mondo esterno che è fisico e, a volte, plasmabile. Una dimensione che sa essere impossibile per gli umani, ma non per Christopher Nolan, che del tempo, per il tempo, e nel tempo ha segnato la sua eredità.