Selezionato dai principali festival cinematografici del mondo, Notturno è ora nelle sale dopo il passaggio alla Mostra del Cinema di Venezia.

Quella di Gianfranco Rosi è un tipo di forma documentaristica che è bene circoscrivere adeguatamente. Il regista e vincitore di svariati premi internazionali, di cui i più influenti sono senz’altro il Leone d’oro vinto con Sacro GRA nel 2013 e l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 2016 con Fuocoammare, è entrato nuovamente in concorso alla 77esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia con un’opera densa dei tre anni di lavorazione spesi nei territori soggiogati e abbandonati del Medio Oriente. Quella di Notturno è l’esperienza attraversata muovendosi tra i confini del Libano, del Kurdistan, dell’Iraq e della Siria, mettendo in muto la storia che l’autore vuole raccontare per permettere alle immagini di sprigionare tutti i significati necessari, mostrando cosa può essere di una terra pur nell’apparente calma di una guerra sempre pronta a riemergere e che non dà pace nemmeno alla sua fine.

Nel suo riprendere, quindi, lo stile che gli è più caro, Rosi non solo ne estende le funzionalità adeguando una narrazione da seguire puramente nello scorrere delle inquadrature spesso silenti delle sue sequenze, ma lo estremizza nella confezione più esasperata di quello che è il suo modo proprio di “fare documentario”, rendendo l’artificio la nuova idea di realtà e traendo prettamente dalla costruzione di un’elaborata messinscena quello che lo spettatore dovrebbe assorbire come verità proposta.

Una meccanizzazione dell’arte documentaristica che esplora soltanto un’altra delle sue possibili vie per venire esplicata filmicamente, ma che risente ancora una volta, come nei due precedenti e lodati lavori del cineasta, di una messa mano al profilmico talmente marcata da rendere indistinguibile ciò che di attinente c’è nella pellicola di Rosi e ciò che, invece, è stato solo costruito appositamente. Un modo di approcciarsi al cinema che ha radici nel personale sguardo stilistico del suo autore, ma che interroga ancora sul motivo di un’eccessiva rimodulazione di qualcosa che il regista dovrebbe restituirci come incontaminato – nei limiti che un’operazione cinematografica può permettersi – e che risulta sempre più difficile da ritrovare in un’esperienza prima immacolata, che non abbia subito l’eccessiva manutenzione del suo regista.

Una presa di coscienza interamente concettuale quella che va scontrandosi sull’attinenza o meno che un film come Notturno può presentare al suo pubblico, interrogando di più quello stesso autore che non sceglie di addentrandosi definitivamente nella finzione cinematografica, ma continua in maniera perpetua a rivelare che il suo centrale interesse non è il vero, l’accidentale, ma un rimaneggiamento pesante e incisivo di ciò che chiamiamo realtà.

Sotto questi termini, dunque, Notturno di Gianfranco Rosi batte nuovamente ferro su una, in questa occasione, meravigliosa costruzione di scene pregne di una bellezza estasiante, una natura/cultura, compresa quella della difesa e della guerra, che prende respiro grazie all’aprirsi della macchina da presa su territori che sembrano sospesi nel blocco devastante delle guerriglie, cercando assonanze tra ciò che il cineasta rimaneggia per certo e ciò che, al contrario, dovrebbe rivelarsi come casuale.

E, in questa divisione sostanziale che, però, si racchiude tutta sotto quella che è definitivamente simulazione in Gianfranco Rosi, l’autore prova a modulare un lavoro discorsivo senza alcuna parola, un percorso emozionale funzionante, però, senza voler mostrare a sua volta emozioni. Una tragicità che sappiamo esserci, sappiamo che c’è stata e sappiamo che ce ne vorrà prima che finisca e che Rosi propone in sotterranea facendola uscire in momenti specifici – ed emotivamente cruenti – che si contrappongono al sibillino racconto che Notturno ha perseguito dal suo principio.

Un occhio illuminato quello della camera di Rosi che si rifà, però, più ad un cinema contemplativo che di riflessione, panoramiche ispirate, ma poco ispiranti a livello intellettivo, che rimangono tutte lì, come pennellate sullo schermo, domandandoci quando il loro regista sceglierà di fare il passo successivo.