Salvatore Esposito racconta il lavoro che uccide: la recensione di Spaccapietre, dalle Giornate degli Autori di Venezia77

Un film crudo e necessario per denunciare la realtà del caporalato e dei braccianti. In Spaccapietre non si parla solo di immigrati che vengono sfruttati da padroni razzisti e senza scrupoli, il caporalato è un affare di padroni e di padrini, di sfruttamento dei deboli e marginalità. Di povertà estrema che riguarda pure gli italiani, anch’essi vessati da imprenditori e di cui forse non avete mai sentito parlare.

E quella raccontata nel film dei Fratelli De Serio è una storia vera, purtroppo. Quella di una famiglia fatta a pezzi dalla crudeltà del lavoro nei campi, dove tutto accade alla luce del sole ma è invisibile. Si muore travolti, si muore aggrediti, si muore nella propria baracca, si muore lavorando, lasciando a casa un marito cieco (Salvatore Esposito) – ipovedente a causa di un incidente sul lavoro – e un figlio troppo piccolo per poter mantenersi. Da qui la dura scelta del padre: tornare tra i campi che hanno ucciso la moglie per poter trovare lavoro e un tetto per dormire, per mantenere se stesso e la sua creatura. Ma l’agromafia non avrà pietà nemmeno per lui.

Con una fotografia perfetta e con tagli che sembrano dei veri e propri quadri, dal dolore di sculture michelangiolesche all’orrore di Francis Bacon, i gemelli De Serio puntano i riflettori sullo sfruttamento lavorativo in agricoltura (e non solo) e sul caporalato. Visto e vissuto con gli occhi di Antonio – che sogna di fare l’archeologo e ha la passione per i dinosauri e per i cocci che trova sotto la terra – Spaccapietre inizia con una soggettiva del bambino a testa in giù, ripresa poi nel corso della pellicola per sottolineare il suo sguardo e la sua visione di un mondo di invisibili. Impossibile non individuare qui un’identificazione primaria con il fanciullo, che sogna un mondo migliore dove l’occhio vitreo del padre diventa un superpotere.

E se da una parte il caporale diviene il nemico principale, residuo di un sistema arcaico, l’elemento da eliminare per risolvere lo sfruttamento, dall’altra Antonio dovrà familiarizzare con la crudeltà di questa vita miserabile: dal maltrattamento delle donne viste come oggetti a persone che vengono trattate come esseri inferiori.

Un film di denuncia che porta alle Giornate degli Autori di Venezia una storia di cui sentiamo parlare ogni giorno, ma che vediamo lontana dalla nostra quotidianità, quasi appartenuta a qualcun’altro, su un altro pianeta. E invece tutto ciò accade ancora oggi in Puglia, in una zona quasi post-atomica, fatta di fame, deserto e sole accecante.

Un racconto che prende spunto da un fatto realmente accaduto e che si intreccia con la storia di altri che, come Antonio e Giuseppe, cercano di sopravvivere a un mondo ingiusto e crudele. La vicenda al centro del film è quella di Paola Clemente, morta in una giornata di sole, sul lavoro, sotto una cappa di silenzi e omertà che ha permesso a qualcuno di utilizzare le sue braccia per troppo tempo, con la ricompensa di due euro all’ora e nessun diritto. Paola. Ma anche molti altri: uomini e donne, braccianti stagionali sfruttati in modo vergognoso da caporali e mediatori capaci di produrre contratti fasulli. Ne viene fuori un affresco umano potente e sincero, in cui non è facile per il pubblico immedesimarsi, ma in cui è semplice soffrire.