A cura di Cristiana Puntoriero

La mente frammentata, l’arte ritrovata. Recensione di Sto pensando di finirla qui, il nuovo film di Charlie Kaufman disponibile su Netflix.

Viaggiare sì, ma dove. Su una strada innevata verso casa dei genitori del nuovo fidanzato, certo. Oppure la partenza e l’arrivo non sono nient’altro che le coordinate di un percorso inesistente e invisibile generata da una mente che immagina, analizza, esorta? Nel nuovo film Netflix Sto pensando di finirla qui diretto da Charlie Kaufman e tratto dall’omonimo romanzo del 2016 dello scrittore canadese Iain Reid, la “Giovane Donna” Lucy (o Louisa, Lucia, forse Yvonne) sale in macchina del suo neo fidanzato Jake (Jesse Plemons) e sotto una tormenta di neve – e di parole- i due percorrono un lungo viaggio per arrivare nella fattoria dei genitori di lui e fare le dovute conoscenze. Sembrano le premesse dell’horror d’esordio di Jordan Peele Get Out e a ben vedere, sembrano anche quelle di Tom à La Ferme – seppur il viaggio in solitaria di Dolan conteneva le ombre della perdita dell’amato-.

Ma a Kaufman dello spostamento, dell’incontro, della conoscenza che diventa realizzazione interessa la possibile frammentazione del pensiero, la non linearità dei ricordi, la libertà dell’onirico. La prossimità imposta dai sedili di un’auto diventa per i due spazio psicologico e, di rimando, l’obbligo a parlare e parlare per far trascorrere il tempo, lungo, infinito del percorso. Un tragitto verso una famiglia inospitale, due genitori (Toni Collette e David Thewlis) prima anziani, poi più giovani e subito dopo in fin di vita che continuano nella loro subdola accusa ad un figlio dopotutto banale, privo di talento, mediocre. Una madre e un padre dal ghigno insolente e splatter, più vicini al mostruoso che al reale, più respingenti che accomodanti. In quei (non) spazi, di Lucy, interpretata dalla raggiante e struggente attrice irlandese Jessie Buckley, avvertiamo lo straniamento, il lento solleticare di un’angoscia silente. Il suo voice-over è il suo flusso di coscienza; i suoi pensieri espressi nello sguardo che si alterna tra un al di là del vetro “tetro e opprimente” e un al di qua in macchina bergmaniano, rompono di squarcio la quarta parete portando lo spettatore a guardarsi e a interrogarsi. Tra questi però, un pensiero in lei sembra non lasciarla mai, un pensiero infestante e attraente: pensare di finirla qui. Lasciare il reale e abbracciare l’idea dell’abbandono volontario. Un pensiero che si è insinuato e che non va più via. Ma quest’idea di mortalità e dunque di morte, di fine e (forse) d’inesistenza, di speranza e di occasioni mancate non appartengono (solo) a Lucy. Forse quell’anziano bidello di un liceo, che osserva le nuove generazioni che emarginano e sognano, che ci viene a tratti mostrato in un acutissimo e minuzioso montaggio che cambia continuamente punto di vista e prospettiva, ha a che fare anche lui con l’idea di morte.

Sto pensando di finirla qui è certamente un film sulla fine. La possibilità di finire una relazione, la tagliente e confortante idea di sparire. Ma è anche un film che celebra l’arte, la poesia, la speranza, il processo creativo e la mancanza di una vera e propria originalità. Kaufman riadatta un romanzo, ma in esso fa emergere i tratti intrinsechi e indissolubili del suo speciale e poetico sguardo artistico e cinematografico. Non ci sono solo frammenti di una storia, “pezzi di una donna” per citare il nuovo film di Mundruczó. Il regista e sceneggiatore di Anomalisa e di Se mi lasci ti cancello ci invita a guardare meglio. Una foto appesa in casa, i vestiti e le acconciature che cambiano in un attimo, le fantasie a fiori sulla carta da parati. Inserisce film nel film in un continuo richiamo meta-cinefilo, esalta i colori vivaci per poi sottolineare quello dei grigiori tipico della vecchiaia. E poi le atmosfere fiabesche che diventano horror, i cliché cinematografici (il seminterrato inaccessibile e pericoloso) prima distrutti nei dialoghi e subito dopo maneggiati in sceneggiatura.

Appeso tra l’onirico e l’horror, il dramma e il road-movie, (il musical teatrale perfino) questo è un film che prima di tutto andrebbe vissuto e non compreso pienamente, interpretato cioè secondo il proprio sentire. Nonostante l’enigmaticità e la variegatura tematica, compositiva e narrativa Sto pensando di finirla qui è una complessa opera artistica sull’esperienza dell’immaginazione e dell’umanità, sulle potenzialità della creazione e la precarietà dei labirintici meandri della mente. Nei lambiccati e snervanti botta e risposta di Jake e Lucy così fitti da diventare poi monologhi e seduti uno accanto all’altro –ma forse mai così distanti-, si citano i saggi di David Foster Wallace, l’instabilità emotiva di Gena Rowlands in Mogli di Cassavettes, Freud e la psicoanalisi. La tematica delle condizioni psichiche e mentali, dello sgretolamento della realtà e la proiezione di essa secondo il nostro percepire momentaneo sono solo alcuni dei possibili sguardi su un film volutamente impreciso e imprecisato, sghembo ma geometricamente angusto in un anomalo formato 4:3 che sembra però prendere sempre più piede in un cinema nuovo. Un cinema, quello di Kaufman, ermetico e sfuggente come l’identità della donna, idealizzata e inafferrabile, a cui il poeta romantico Wordsworth, (più volte citato) dedica la sua raccolta di poesie d’inizio 800 dal titolo The Lucy poems. Pura casualità?