Ispirato alla pièce teatrale “La voix humaine” di Jean Cocteau, The Human Voice è stato presentato Fuori Concorso alla 77. Mostra del Cinema di Venezia.

Nell’era del Covid-19, dove anche il cinema è rimasto soggiogato dal fermo e dalle sospensioni – emotive e temporali – della pandemia, a Tilda Swinton sono stati assegnati due premi. Uno, quello materiale e più strettamente legato a un simbolo di riconoscenza, è il Leone d’oro alla carriera consegnatole da Cate Blanchett alla Mostra del Cinema di Venezia, l’altro, più metafisico eppure così pregnante nell’ambito cinematografico, è il cortometraggio diretto da Pedro Almodóvar, dove l’attrice è unica e sola protagonista di un’operazione di trenta minuti straboccante l’arte e la visione del suo impagabile regista.

Se nel suo ultimo capolavoro Dolor y Gloria il personaggio interpretato da Asier Etxeandía si spendeva in un monologo che ripercorreva le memorie di un’intera vita, è l’aliena Swinton questa volta a sciogliere le parole del drammaturgo francese Jean Cocteau, in un’opera incentrata puramente sulla vera essenza dei due artisti in gioco in The Human Voice, esaltazione di un bilaterale modo di vivere l’universo cinema e vederlo espresso nell’incontro di due anime che non avevano ancora avuto la possibilità di incrociarsi.

Nel rosso sanguinoso del melodrammatico Almodóvar, nella tinta che più di tutte rappresenta la visione del regista e sceneggiatore e che, anche stavolta, sembra abbinarsi con una precisione certosina alle parole della teatrante Tilda Swinton, è l’ambiente a stabilire uno stretto contatto tra l’arte del cineasta e il suo richiamo all’interno del cortometraggio. L’attenzione nella scelta di ogni singolo oggetto che va a comporre la casa immaginata e immaginaria della sola protagonista, i richiami al mondo della letteratura, della pittura, della filmografia stessa che fanno continuamente capolino nelle stanze della case di Pedro Almodóvar sono parte integrante di un lavoro che vive soprattutto del flusso di pensieri e delle raffinatezze che la mano del regista può andare ad inserire brillantemente.

La drammaticità ricolma di sprezzante amore, di sprezzante desiderio, di sprezzante rimembranza di una passione travolgente che volge al suo termine, alla sua fine attesa, ma mai veramente accettata, crea un collegamento tra il testo di Cocteau e una poetica almodovariana che accetta di esplorare quel sentimento estremo, quell’amore che può diventare violentemente intenso tanto da venir riversato sul rosso di quelle pareti del quale è imprigionato. Un veleno, quello che la protagonista riserva per sé e a chi quelle lunghe frasi vengono rivolte, che trae la potenza del proprio impatto per consegnarlo di dovere a una delle attrici più impressionanti con cui l’arte tutta abbia mai avuto a che fare. Una divinità scesa in terra per offrirsi ogni volta diversa al proprio spettatore, rivelandosi questa volta dolce, volubile, arrabbiata, irritata, pazza, incontrollabile, irascibile, addolorata, tutto per dare vita stessa al corto The Human Voice.

Ed ecco qui la combinazione di identità: la visualità di Almodóvar entra in contatto col talento della Swinton e le affida il compito di sostenere camera, luogo, interazione, oggettistica, gestualità, tutto incentrato su un unico perno che è la performance di un’interprete straordinaria, che nell’arco di una sola mezz’ora ci ricorda per quale motivo è tra le creature più mirabili sulla terra.

Dentro e fuori quella casa, dentro e fuori quel set che ricrea una storia che è tanto quella che vediamo quanto quella che l’attrice protagonista fa rivivere allo spettatore che riesce, così, a immaginarla nella propria mente, The Human Voice si permea dell’eleganza e dell’intelligenza attoriale di una Tilda Swinton tagliente, un monologo che diventa campo da arredare per il gusto di Pedro Almodóvar, in uno dei suoi momenti di più esaltata ispirazione.