Raccontare storie di donne invisibili è un dovere. La recensione di The World to Come, in concorso a Venezia77

Per parlare di The World to Come di Mona Fastvold bisognerebbe partire dal titolo. Quale espressione più speranzosa può esserci del mondo che verrà, quale prospettiva più rosea sembra aprirsi alle opportunità che riserva il futuro. Il mondo che verrà è, senz’altro, terreno inesplorato, ma così ambito, inseguito, agognato e ispirato da darci, forse anche ingenuamente, la speranza che quel domani, quello che ci aspetta giorno dopo giorno, avrà il sapore di tutto ciò che avevamo desiderato, una libertà illimitata, un’identità soltanto nostra da non dover più nascondere. E, se adesso siamo quelli che siamo, se possiamo andare avanti combattendo le nostre battaglie e amando chi vogliamo amare, è anche grazie a chi, quel mondo che verrà, non ha potuto abbracciarlo, tessendo però i primi fili per una tela dalle dimensioni ben più grandi.

È di una storia d’amore clandestina quella che The World to Come riprende dallo scritto di Jim Shepard, che non si limita ad offrire il proprio testo alla Fastvold, ma sceneggia anche la pellicola accanto alla regista stessa, in un confronto di atmosfere e narrazione che incontrino le intenzioni della cineasta, ma rispettino la struttura emozionale e lo scorrere temporale dell’incontro tra le protagoniste. Con Katherine Waterston a dar voce ai pensieri di Abigail e Vanessa Kirby a incarnarne l’oggetto amoroso di cui le pagine del suo diario trattano, le due attrici alimentano gli eventi ripercorsi dalla forma aneddotica di The World to Come per raccontare di un sentimento presente da sempre, ma per troppi anni costretto a rimanere sopito, una felicità tale nello scoprirsi così affini ad un altro essere umano, che non guarda mai alla relazione taciuta delle protagoniste come un elemento da legare al dramma dell’omissione dell’omosessualità, ma invece gioisce dell’essersi incontrate e dell’avere il permesso, per il pubblico, di scrutarne qualche attimo.

Problematizzando, comunque, l’impossibilità di poter esprimere universalmente un amore che coglie i personaggi nella maniera più travolgente e sincera, mostrando il contrasto con le realtà familiari alle quali le due donne, mogli e future (o ormai perse) madri, devono costantemente fare riferimento, il film di Mona Fastvold non asseconda una tenuta solamente drammatica che avrebbe, forse, reso The World to Come un’opera come tante altre. È una felicità genuina quella che la regista sceglie di affibbiare alle sue protagoniste, una relazione che non vuole assolutamente vivere della paura o del rimorso del non conformarsi all’uso comune e agendo contro tutto ciò verso cui la società le aveva dirette.

Il librare al di sopra dell’euforia dell’essersi incrociate rende il rapporto tra Abigail e Tallie, e così quello delle loro attrici, un momento atteso tanto dalle donne quanto dallo spettatore, che si rallegra dell’armonia scaturita dal loro interagire e rimanda il merito a una direzione curata e lasciata nella spontaneità delle interpreti. Una complicità che favorisce l’incremento di un affetto verso i personaggi, che va empatizzando tanto con il pubblico quanto con la macchina da presa, letteralmente innamorata delle due donne che diventano, a loro volta, oggetto d’amore delle inquadrature della Fastvold, totalmente ispirata dalle sue attrici e a capo di una regia che fa vivere la pellicola con tutto il torpore che si porta dietro.

Sono i meravigliosi quadri di The World to Come che più di ogni altra cosa restano impressi nel cuore del pubblico, una delicatezza tale nell’addentrarsi nell’intimità casalinga di Abigail e Tallie che asseconda il tono di un film fragilissimo da toccare, ma che giova delle carezze che la sua regista gli riserva. Merito inoltre sostenuto dalla fotografia sfocata e diffusa di André Chemetoff, un connubio felice tra illuminazione e tagli delle inquadrature che fanno dell’opera la loro migliore riuscita. Un entusiasmo, quindi, impossibile da negare, ma che riscontra un leggero assesto vista l’eccessiva narrazione fuori campo riservata alla pellicola, volente farsi collante dei giorni riportati su diario della protagonista Abigail, ripetuti però al punto da saturare tutta l’operazione.

Nell’entroterra di un’America di metà Ottocento, così splendidamente portate a vivere in privato quella condivisione sentimentale che apparteneva solo a loro, di The World to Come ammiriamo la sensibilità che è tanto del racconto in sé, ma ancor più della sua fattura, così difficile da dimenticare, come per una bianca tempesta di neve o un raggio di sole che colpisce in primavera.