Cugino europeo di Storia di un matrimonio, Lacci, il film di Daniele Luchetti, segue il macrabo tracollo di una coppia.

Pronti, partenza…via! Nonostante la paura e la pandemia, la Mostra del Cinema di Venezia ricomincia da qui, da un film tutto italiano che parla di rapporti logori e di lacci troppo stretti o troppo larghi. 

Con i blockbuster americani in gran parte assenti, gli organizzatori hanno trovato una sorta di soluzione in Lacci, il primo film italiano ad aprire il festival da più di un decennio. Il bel dramma sul divorzio di Daniele Luchetti si pone come un cugino europeo di Storia di un matrimonio, incentrato sul macabro tracollo di una coppia della classe media e sul bagaglio emotivo che poi lasciano in eredità ai loro figli. Un film in cui la miseria genera miseria finché la sua eredità non si approfondisce come un’onda impetuosa che si infrange sugli scogli. 

Luigi Lo Cascio interpreta Aldo, il cane bastonato, un intellettuale che conduce uno spettacolo alla radio ma è un disastro tra le mura di casa. “Non c’è amore senza possibilità di tradimento”, pontifica in onda, mentre una relazione con un collega manda in rovina il suo matrimonio e la sua agonizzante moglie, Vanda (interpretata superbamente da Alba Rohrwacher) tenta di buttarsi dalla finestra . Ma anche nel profondo della disperazione queste due anime tormentate non riescono a rompere. Avendo stabilito che Aldo si è allontanato perché era debole, passivo e codardo, Lacci prosegue suggerendo che queste potrebbero essere le stesse qualità che funzionano come colla su un matrimonio. Ma si sa, sperare non è poi così sbagliato. Se non si può aggiustare ciò che è rotto si diventa pazzi.

Adattando il romanzo di Domenico Starnone, Luchetti naviga con disinvoltura in una struttura che scivola nel tempo, andando avanti e indietro tra Napoli e Roma, e dai primi anni ’80 ai giorni nostri. Aldo diventa goffo e consumato dalla vita (interpretato da Silvio Orlando), è ormai troppo grande per pensare al passato; torna a casa e scopre che il suo lussuoso appartamento è stato svaligiato. Un furto metaforico che ribalta il piano narrativo e ci ricorda quanto sai che qualcosa sarà “per sempre” anche se non lo sarà mai più. 

“Dalla crisi di tanti anni fa abbiamo imparato entrambi che per vivere insieme dobbiamo dirci molto meno di quanto ci tacciamo”, scrive ancora Starnone attraverso le parole di Aldo. La forza e il vantaggio della parola scritta, però, stanno proprio nel mostrare le possibilità infinite di ciò che non rivela; come Vanda, per la quale “ciò che dice o fa è quasi sempre il segnale di ciò che nasconde”. Per il cinema, invece  – un cinema che, per fortuna, non si limita a mettere in scena solo la parola – il problema è quello dello stesso di Aldo, l’ansia di rivelarsi, la vanità di non farsi capire, la pedanteria di sfogarsi inutilmente. Quando un laccio si stringe troppo, invece di unire, taglia quel che legava.