Presentato alla Festa del Cinema di Roma in anteprima, Ammonite è la storia d’amore omosessuale tra Mary Anning e Charlotte Murchison

C’è un tempo per ogni cosa, anche per i film. C’è il ricorso agli stessi stilemi, a uguali situazioni e rimandi storici, a individualità che si ripetono, si inseguono, si incontrano e si assomigliano. Nessun film può essere unico nella sua interezza, ma avere un confronto talmente potente a poca distanza di tempo non può che rendere il paragone inevitabile. Ammonite soffre principalmente di questo, di un confronto con quel Ritratto della giovane in fiamme che pesa al film anche lì dove non avrebbe motivo di dovercisi accostare, ma che fa delle affinità anche involontarie l’occhio sotto cui vedere la difficoltà di espressione del secondo film dello sceneggiatore e regista Francis Lee.

Lo stordimento trascinante e vibrante al di sotto delle pennellate distese e delicate dei quadri di Céline Sciamma viene sdoppiato nell’Ammonite di Lee per una qualità senz’altro ottima nella ripresa delle protagoniste Kate Winslet e Saoirse Ronan, ma che limita allo schermo un amore che, seppur carnale nel privato delle loro stanze, pecca di una distensione emotiva dilatata e, nel tempo, in una discesa rallentata, che non perde di concentrazione nell’intrecciarsi dei corpi e degli umori dei personaggi, ma ne sente consapevolmente distante la condivisione delle emozioni. Disdetta reale per un film che, come Ammonite, cerca molto nei silenzi e nelle occhiate prolungate, che dovrebbero fare da veliero per il sentimento delle protagoniste, ma il cui vero mostrarsi avviene nel momento in cui le donne si svestono dei loro abiti ottocenteschi, mischiando la loro pelle e donandosi l’una completamente all’altra.

ammonite

La conturbante maniera di riprendere l’intimità erotica nella danza dell’attrazione si era già fatta chimica principale alla base dell’opera prima dell’autore britannico, che con God’s Own Country si era immesso con irruenza nella relazione sessuale e amorosa dei protagonisti Josh O’Connor e Alec Secăreanu, mostrando il contorcersi primordiale dei personaggi come contraltare di una dolcezza che va a creare il legame aspirato dai due ragazzi. Se, però, nel lungometraggio d’esordio Francis Lee si addentra nell’omosessualità consumata nelle campagne dello Yorkshire, dove la fattoria e il lavoro agricolo sono lo status emblematico in cui poter affermare la propria identità rilevando la perspicacia e la modernità della periferia inglese, in Ammonite è la spiaggia il luogo di conoscenza delle protagoniste, l’aria di mare che è guarigione per l’anima quanto un bacio scambiato all’ombra di una candela, ma anche ore e minuti immobili che non prestano attenzione alle esigenze del rapporto delle protagoniste, mostrandolo perciò sfocato.

Ma se in God’s Own Country era una sorta di originalità che andava ad accostarsi alla parte puramente empatica che sapeva suscitare la pellicola e dove la peculiarità non stava solamente nella scelta della regione e del mestiere dei personaggi, ma in una tenerezza solitamente atipica per questo tipo di racconto e ambiente, è il già detto e già visto che si ripercuote nella narrazione di Ammonite, il già fatto e già assimilato che non trova nel film altro da poter aggiungere. Una condizione spiacevole, vista la mancanza di una legge che costringe alle pellicole di dover necessariamente esprimersi con idiomi inediti o trovate innovative, ma che in Ammonite sembra la principale fonte di assenza di luce e singolarità che causano, così, il suo lento sfumare.

Pur, dunque, nella commistione dei vuoti venutisi a riempire dal momento dell’incontro delle donne, questi personaggi presentati da Lee sembrano bisognosi di farsi scoprire come la paleontologa di Kate Winslet dischiude meraviglie intrappolate nella durezza della pietra, impedendo sia alla pellicola che allo spettatore di arrivarne veramente in fondo, se non nei loro istanti di nudità e scambio reciproco. Uno schiudersi che non basta al secondo lavoro del cineasta britannico, pur congiungendo due ottime attrici e un racconto che, con un altro tipo di impostazione e una sferzata in più, avrebbe potuto contraddistinguessi in un panorama forse ormai saturo e, perciò, bisognoso di altre maniere per essere indagato.

Tradendo le aspettative di potersi innamorare di una storia che aveva tutte le potenzialità per poter appassionare, regalando momenti di bellezza grezza troppo poco smussati, di Ammonite resterà uno scheletro davvero fragile da salvare e un amore che potrebbe anche resistere ai suoi tempi, ma non certo a quei livelli stimolanti presenti nel panorama cinematografico.

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