La storia di Banksy, dalle origini in una sottocultura criminale fino alla sua ascesa come leader di un movimento artistico rivoluzionario.

L’artista più famoso del nostro tempo non ha un’identità. Banksy è l’artista più amato e seguito dentro e fuori le gallerie di tutto il mondo, ma dov’è nato? E com’è arrivato al successo mondiale? Insomma qual’è la sua storia? Il documentario Banksy – L’arte della ribellione cerca di spiegarcelo.

Banksy nasce come street artist tra le vie di Bristol, quando la street art ancora non esisteva, per lo meno in Europa. Fu 3d, poi leader e voce dei Massive Attack, a portare la street art e la sua cultura a Bristol dopo un viaggio in America. Da lì i giovani della città trovarono un modo per gridare la loro rabbia in un contesto storico fatto di Tatcher e di povertà. Tra questi giovani c’era anche Banksy. Lo seguiamo nella sua evoluzione, dai graffiti e tag agli stencil che lo hanno reso famoso. Conosciamo le sue influenze, come Jean Michel Basquiat e Keith Haring, ma anche Blek le rat, street artist francese da cui trae l’idea dei ratti.

Banksy nasce come artista nella scena underground di Bristol e le sue prime opere graffitare risalgono al 1990. La volontà dell’autor fin dal principio è di far sì che l’underground esca dall’under, il sotto, il nascosto, per invadere tutte le città fino a musei e gallerie. È anche il motivo per cui Banksy utilizza i topi indaffarati così spesso, una sorta di metafora della cultura underground di cui lui fa parte che, tramite atti vandalici che i topolini sembrano stiano per realizzare, si prende il suo pezzo di mondo.

Quella di Banksy è un’arte politicizzata, con veri e propri epigrammi sovversivi che divengono un mantra e un nuovo punto di vista per chiunque li legga. Perché è proprio questa la capacità di Banksy, di girare completamente la realtà in cui viviamo, facendocela così comprendere al meglio e  aguzzando e ridestando il nostro occhio critico. Le sue opere man mano che il tempo passa, divengono delle vere e proprie icone della nostra epoca.

Con Banksy – L’arte della ribellione è la prima volta che vediamo sullo schermo la storia completa dell’artista, di certo già raccontata in altri docufilm e saggi, ma mai narrata nella sua totalità. Il grande pregio di quest’opera è la capacità di offrirci il contesto in cui l’artista lavora, permettendoci così di comprendere al meglio le sue scelte e la sua evoluzione. Così facendo lo spettatore comprendendo la sua storia comprende al meglio il suo estro, andando così a mettere insieme i puzzle dei suoi atti e performance e anche la scelta di determinate città e zone del mondo a cui donare i suoi lavori. Perché la street art è proprio questa: donare a chiunque arte al di fuori dalle gallerie e dal mercato. Ma purtroppo (o per fortuna) anche Banksy venne considerato merce di scambio, portando i galleristi perfino a staccare pezzi di muri delle città pur di accaparrarsi un pezzo dell’artista più richiesto. Ciò avviene senza nessuno tipo di “permesso”, e togliendo le opere dal loro contesto (in cui funzionavano e per cui erano state create) e soprattutto alla fruizione pubblica. Per questo Banksy nel suo atto finale del 2018 decide di distruggere una delle sue opere a un’asta di Sotheby’s, senza però riuscire ad uscire dal mercato, ma anzi triplicando il valore dell’opera stessa, dal momento che ora era diventata parte di una performance dell’artista.

Una storia interessantissima che ci parla di come l’arte intorno a noi stia cambiando, così come il modo di concepirla e venderla. Un’artista che non svela la sua identità, ma che ci permette di capire al meglio l’identità della nostra società e del mondo in cui viviamo. Un’arte politica, che non fa parte di un elite, ma che è capibile da tutti ed è per questo così amata.