“A otto anni mi sono innamorato dell’animazione e a quindici ho iniziato a lavorare. Ne sono ossessionato.” Così Pete Docter si racconta alla Festa del Cinema di Roma 2020

In tempi difficili come quelli che stiamo vivendo, fa bene all’anima avere la possibilità di godere di una pellicola come, appunto, Soul (leggi qui la nostra recensione). Peccato che la polemica sul nuovo film Disney-Pixar potrebbe offuscare l’esistenzialismo che si nasconde dietro a un altro incredibile prodotto del regista Pete Docter, che dopo Inside Out si fa affiancare da Kemp Powers per un viaggio nell’Ante e Altro Mondo, per scoprire cosa significa vivere. Il lungometraggio d’animazione, che in versione originale conta le voci di Jamie Foxx e Tina Fey, è infatti destinato allo streaming finendo direttamente il 25 dicembre sulla piattaforma Disney+, anche se lo stesso Docter vorrebbe trovare il modo di portare il film animato in sala: “Ovviamente dipende dalla pandemia. Vogliamo che le persone siano e si sentano al sicuro, oltre che a loro agio. Stiamo pensando a un’uscita successiva, ma non sappiamo molto. Alla fine il lavoro che abbiamo svolto è per il grande schermo, speriamo però in ogni caso che sia il maggior numero di persone a vederlo.”

Ma, prima di capire dunque se per Soul ci sarà mai la possibilità di un passaggio nelle sale cinematografiche, è sul perché un film come il nuovo lungometraggio Disney-Pixar è nato che ci si interroga: “Che sia nato da una crisi di mezza età?” si domanda lo stesso Docter “A otto anni mi sono innamorato dell’animazione e a quindici ho iniziato a lavorare. Ne sono ossessionato. Dopo Inside Out mi sembrava di aver raggiunto un risultato che mi soddisfacesse e mi rendesse, in qualche modo, completo. Cosa che nel mio subconscio pensavo essere vera. Quindi quello da cui nasce Soul è l’interrogarsi sulle passioni per cui credi di dover vivere. Ma la domanda è: sicuro che sia davvero così? Soul si fa perciò indagine sui motivi per cui dare senso all’esistenza. Può sembrare assurdo visto che è un film per bambini, ma bisogna sempre essere grati alla Pixar che ci permette di raccontare queste storie.”

Storie a cui il co-regista e co-sceneggiatore – dove alla scrittura troviamo anche Mike Jones – Kemp Powers sembra destinato fin da piccolo, forse quelle che più di qualsiasi altra cosa hanno rappresentato la scintilla della sua vita e di cui il cinema ci fa mostra dopo il passaggio alla Mostra di Venezia di One Night in Miami, di cui cura lo script per il debutto registico di Regina King. “Credo di aver capito quale fosse la mia scintilla alle scuole medie quando ho iniziato a scrivere.” racconta Powers “Anzi, non me ne accorsi io stesso, ma i miei insegnanti che mi hanno molto incoraggiato. Cosa importante quando si è piccoli, visto che non si può avere una tale consapevolezza”. E la scintilla di Pete? “Un libretto di Micky Mouse dove potevi leggere e vedere una piccola figura in movimento se giravi velocemente le pagine.”

Una collaborazione, quella tra Docter e Powers, in cui i due artisti si sono dati man forte trovando nei contrasti la meraviglia per creare qualcosa di splendido che potesse parlare a noi e di noi, tra mondo fisico e metafisico: “È il modo più straordinario di raccontare storie toccare l’esperienza umana” parola di Kemp Powers. “Non partiamo mai, solitamente, da quello che pensano i bambini, ma la Pixar ti insegna a scavare nella tua infanzia, traendo da lì spunto per poter parlare ai più piccoli, ma anche al grande pubblico”. “Sono poi i contrasti ciò che di fondamentale serve per creare un mondo.” continua Docter “Se metti rosso sul rosso tutto si confonde, se invece aggiungi il blu quello salta agli occhi. In Soul c’era un mondo etereo da dover immaginare, l’abbiamo perciò reso morbido, in contrasto con quello duro e definito della realtà. Nel tutto, poi, andava inserita l’essenza, che è ciò che ci ha fatto esplorare chi siamo.”

Oltre alla maestria nel design che Soul presenta con minuzia di particolari nella New York ricostruita dalla Pixar, sono i personaggi il cuore delle opere d’animazione, centro da cui poi espandersi per la creazione degli universi animati. Spiega Pete Docter “Pur non essendoci una regola fissa, solitamente partiamo dai personaggi per costruire poi il set dove dovranno muoversi. Parlando di jazz e visto che New Orleans era già stata usata in un altro cartone animato, New York ci è sembrata la scelta più adeguata, con questo personaggio di 22 che si comporta come un’adolescente smaliziata che pensa di sapere già tutto nella vita. Immersa in questa città, abbiamo cercato di rendere la sua un’avventura anche tattile e sensibile, come il suo continuo mangiare o lo sdraiarsi sulla grata ventosa del marciapiede.”

“Ma ogni personaggio è stato ben curato, tanto che ognuno aveva la sua backstory” continua Powers “Quel ragazzo che i personaggi incrociano in centro suonare e cantare una canzone? Aveva una backstory. Per non parlare del barbiere in cui va a tagliarsi i capelli Joe. Per noi tutti i personaggi sono importanti. Di questo barbiere, all’interno del negozio, si potevano scorgere delle foto o degli elementi della sua famiglia. Ed è poi uno dei pochi ad avere dei tatuaggi. Questo perché, visto il passato che racconta a Joe, molti afroamericani vedevano l’entrata nelle forze armate come una maniera per accedere alla borghesia. I tatuaggi che porta il personaggio si rifanno alla Marina. È così che si riesce a entrare nella profondità dei protagonisti e delle loro storie.”

E se per Pete Docter la scelta per la colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross è un uscire dalla propria confort zone, che ha portato loro e i compositori stessi a tentare qualcosa di inedito, per Kemp Powers significa assegnare anche più maturità a un film d’animazione già molto adulto, che esplori sonorità non abituali alla dimensione animata: “Questo cambia completamente il tono a cui siamo abituati. Pete ha voluto seguire il suo istinto e questo ha portato se stesso e i compositori a qualcosa di inconsueto per tutti”.

E se sul perché la prima cosa che 22 mangia è una fetta di pizza Powers risponde “Perché New York è la pizza! Se non ti piace la pizza non puoi definirti newyorkese”, Pete Docter ringrazia per il Premio alla Carriera ricevuto durante la Festa del Cinema di Roma, ricordando l’universalità del linguaggio cinematografico: “Sono felicissimo che il film sia passato in questo evento perché il cinema è un mezzo espressivo che può rivolgersi a chiunque comunicando con qualsiasi cosa, le immagini, i suoni, le giustapposizioni tra queste due dimensioni, con l’animazione che può prendere discorsi seriosi, rendendoli più zuccherati. Ci assumiamo il compito di parlare di temi complessi e la Pixar se ne assume le responsabilità. Non siamo semplicemente degli sceneggiatori, siamo dei raccontastorie.”.