Grazie al meritato successo di La La Land, Damien Chazelle si è conquistato un posto d’onore nell’Olimpo dei cineasti del futuro: un regista giovane e talentuoso che guarda alla storia del cinema e dei musical

Se dobbiamo pensare a uno dei talenti più promettenti e incisivi che si sono affacciati con decisione negli ultimi anni sulla scena cinematografica, Damien Chazelle sarebbe senz’altro sul podio. Anzi, probabilmente ricoprirebbe il primo posto. Al debutto nel 2014 con il gioiello musicale Whiplash, il sogno dell’autore americano era quello di portare alla ribalta un genere che lui stesso ha amato e riscoperto più volte, desideroso di unire alla classicità dell’epoca d’oro di Hollywood la semplicità delle narrazioni della Nouvelle Vague francese. È il musical capolavoro La La Land il film che non solo ha permesso al cineasta trentacinquenne di elevarsi a conferma del futuro del cinema mondiale, ma lo ha insignito del premio Oscar alla Miglior regia diventando così il più giovane regista ad averlo mai ricevuto.

Inno alle grandi filmografie e alla passione smodata per i musical, La La Land è una commistione di movimenti e colori che Chazelle ha trattato con l’originalità di un occhio unico e che ha segnato il trionfo di un genere di cui è il cineasta stesso a parlare durante la lezione on air tenuta alla Festa del Cinema di Roma, con la promessa che il prossimo anno potrà presiedere di persona all’incontro con il pubblico, mentre sul grande schermo passano spezzoni di opere passate.

Un’ora di musica, confronti, memorie e scintille iniziatiche, sei film e sei universi animati dalle parole di Damien Chazelle – con bonus speciale al suo lavoro con Emma Stone e Ryan Gosling -, che ne spiega l’importanza per sé e per l’intera cinematografia mondiale.

West Side Story (Robert Wise, 1961)

Come tantissimi altri, amo molto West Side Story, l’ultima volta che l’ho rivisto è stato a una retrospettiva prima di girare La La Land. Il passato da montatore di Robert Wise è completamente percepibile in questo musical grandioso, si capisce dall’uso che fa della musica, del come taglia i corpi, come li insegue e mette insieme. Non mi spaventa l’idea che il remake sia stato preso in mano da Steven Spielberg, anzi, penso che potrà regalarci un film migliore di quello di Wise. Nessuno sa inquadrare come fa lui e questo è un dato di fatto. Quando è stato annunciato il progetto Steven mi stava facendo da produttore sul set di First Man e ricordo la sua preoccupazione viste le molte critiche che stavano avanzando verso l’idea di una nuova produzione di West Side Story. Spielberg era davvero preoccupato e vedere un regista come lui, la storia del cinema vivente agitarsi, mi ha riconciliato col fatto di essere ancora un giovane autore e capire che può essere normale avere dei dubbi. In ogni caso sono uno degli innamorati di West Side Story, ma penso si possa sempre provare ad avere nuovi approcci e quello che Steven Spielberg ha applicato alla sua versione è quello di rendere più autentico sia l’ambiente in cui sono immersi i personaggi, sia la loro provenienza e età.

Les Parapluies de Cherbourg (Jacques Demy, 1964)

La prima volta che ho visto il film avevo forse diciotto anni. È quel film che sceglierei se me ne chiedessero uno da indicare come il più importante della mia vita da cinefilo. Prima di vedere Les Parapluies de Cherbourg non ero un fan dei musical. Da adolescente ho iniziato a conoscere la Nouvelle Vague e ad approcciarmi a quella tipologia di stile francese, mentre per i musical provavo un vero e proprio imbarazzo. Qualcosa però, dopo il film di Demy, mi ha cambiato. Mi sono chiesto molte volte cosa fosse successo in me dopo quella visione, ma l’unica spiegazione che mi so dare è che tutte le emozioni del film mi sono arrivate completamente. È stata una reazione chimica, scaturita probabilmente dal fatto che si trattava di una storia molto elementare, quotidiana, con un finale commovente. Ho sviluppato una teoria per cui ho capito di sentirmi sensibilmente più coinvolto in storie vere e proprie che poi, attraverso una sorta di arte astratta, diventano cinema puro. Solitamente i musical parlano dello spettacolo, dello show business, qui i due protagonisti cantano di aprire una stazione di benzina. Da lì ho cominciato a rivedere i vecchi musical, innamorandomene del tutto.

Incontriamoci a Saint Louis (Vincent Minelli, 1944)

Mi piace per lo stesso motivo per cui amo Les Parapluies de Cherbourg. Incontriamoci a Saint Louis fuoriesce dai canoni della Hollywood musicale che vuole parlare dei palcoscenici e delle luci della ribalta. Si basa su un libro autobiografico, parla di una normale famiglia della middleclass a metà secolo, mettendosi tra le fila dei film di formazione. Il più grande conflitto affrontato nel film è il doversi trasferire a New York, non certo un ostacolo insormontabile. C’è un senso domestico che passa attraverso le coreografie e la danza. Vincent Minelli è stato il più grande regista di musical del cinema americano, nonché il più influente. Un vero maestro del movimento, della fluidità, uno stile informale come se dirigesse a braccio, mostrando contemporaneamente le fragilità umane.

Spettacolo di varietà (Vincent Minelli, 1953)

C’è una scena di ballo davvero peculiare in Spettacolo di varietà, quando Fred Astaire e Cyd Charisse entrano nel parco prima di danzare. La musica viene giustificata dalla sequenza precedente in cui sta suonando una banda e altre persone stanno danzando. I protagonisti si allontanano arrivando in una parte privata del parco, la musica si alza e la realtà si trasforma in ballo. Entrano nella coreografia come in punta di piedi, come se il danzare fosse imprescindibile dal camminare e dove ognuno ha il proprio modo di muoversi, nessuno è mosso da qualche burattinaio. Il personaggio di Fred è nervoso per la sua situazione, mentre lei è mossa da un sentimento di pietà. È un dialogo tra due anime che riescono a comunicare senza proferire una parola. Questa è la magia del cinema.

Cantando sotto la pioggia (Stanley Donen, 1952)

Fin da giovane ciò che mi interessava del cinema era scoprire i trucchetti dietro alle scene dei film, è per questo che sono diventato regista. Fred Astaire rappresentava il trucco, magari avevano provato ore ed ore una scena ed erano sfiniti, ma quando vedi quella sequenza scorrere sullo schermo sono tutti sognanti e sorridenti. Se però Astaire rappresentava questa sorta di magia, Gene Kelly è stato probabilmente quello che ha avanzato più innovazioni dal punto di vista cinematografico. L’unione con Stanley Donen è stata talmente sinergica che non si capisce se c’è stata veramente una sorta di demarcazione tra chi dirigeva e chi interpretava. I lavori migliori che entrambi hanno fatto sono stati quelli in cui hanno collaborato. Se, però, dovessi nominare la miglior attrice di musical di tutti i tempi direi Ginger Roger, il suo volto era in grado di racchiudere qualsiasi tipo di sentimento.

La La Land (Damien Chazelle, 2016)

Nel corso degli ultimi anni c’erano stati musical che erano stati prodotti e avevano avuto successo a Hollywood, ma si trattava principalmente di film da grandi performance coreografiche come Chicago o su personaggi musicali come Dreamgirls. In più avrei voluto che La La Land fosse il mio film d’esordio, ma non mi conosceva ancora nessuno nell’industria e avrei dovuto girare con un budget ridotto e molte limitazioni. Sono perciò contento di aver aspettato, perché dopo Whiplash le persone hanno avuto modo di fidarsi di me, almeno un poco. A partire da Emma Stone, che era la mia scelta ideale già quando stavo scrivendo il film. La decisione di chiamare Ryan Gosling è stata consequenziale, già ci si può sentire ridicoli a cantare e ballare, se magari si fa con chi si conosce e di cui si ha fiducia ci si butta più volentieri. La La Land è nato da quelle stesse cose che mi avevano colpito all’inizio del mio amore per i musical, riuscire a conciliare un racconto semplice come l’amore di due persone, ma riportando la storia con le emozioni e l’incanto della musica e della danza, come accadeva con i film di Jacques Demy. Se, però, La La Land non era ambientato nell’era classica, lo sarà il mio prossimo film, collocato tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta. E non tratterà solo della fine del muto, ma di tutti i cambiamenti di quel periodo, il che è un’idea che mi piace davvero tanto.