Divorzio a Las Vegas, un film italiano concepito secondo quegli standard hollywoodiani che tanto piacciono al grande pubblico. Avrà funzionato?

Come sono belle le commedie romantiche. Come ci fanno divertire, sognare, far sperare di poter vivere anche noi quelle situazioni tanto straordinarie che, nei migliori casi, rappresentano qualcosa di concreto come l’amore e la possibilità di condividerlo con qualcuno. E non si tratta di semplici smancerie o romanticismo artefatto e stancante, che indirizza alcune pellicole del genere su strade più stereotipate e fittizie, favole raccontate ad occhi aperti e in cui lo zucchero supera la soglia stessa del minutaggio della pellicola. Le rom-com sono, prima di tutto, la forma più sopraffina del saper scrivere un’opera e, per questo, anche la più difficile, sottovalutate da molti e spesso guardate con superficialità da un pubblico a cui piace auto-intellettualizzarsi, ma che in verità dovrebbe solo imparare a cogliere la raffinatezza di una scrittura che in questo filone è quanto mai imprescindibile ed essenziale.

Un qualcosa che sono le rom-com stesse ad insegnare, un’intera tipologia di opere che sanno di essere molto più delle critiche sterili che spesso si trovano ad affrontare e ce lo mostrano, soprattutto, i capolavori del genere che hanno fatto la storia del cinema, intramontabili narrazioni che su stilettate di scene e dialoghi iconici creano i personaggi su cui la filmografia mondiale va poi traendo e creando. Un primato della superiorità dell’ambito sentimentale che è una luminare della scrittura quale Nora Ephron a rappresentare, lei regina delle commedie romantiche, lei unica e sola ideatrice di universi così vicini agli spettatori che hanno sperato realmente di vivere le situazioni intricate, ma pur sempre travolgenti delle sue sceneggiature. Un’arte che non trascura affatto l’intelligenza delle parole e l’attenzione alla sottolineatura di una brillantezza che è il vero tocco dell’artista Ephron e di tutte le rom-com di valore, che scelgono a modello la migliore di tutti per riuscire a riprendere anche solo metà della bellezza delle sue storie.

Ma non basta solamente rifarsi ai maestri per sperare di avere anche semplicemente la metà della lucentezza dei caratteri e delle atmosfere di cui loro stessi sono stati portatori, né citarne titoli e frasi per garantirsi un proprio posto nella lista delle rom-com da vagliare. Per questo quando Giampaolo Morelli dichiara ad Andrea Delogu che “quando ti rendi conto che vuoi passare il resto della tua vita con una persona, vuoi che il resto della tua vita inizi il prima possibile” in Divorzio a Las Vegas non si può che storcere il naso tanto da farsi male, prima di tutto recriminando alla pellicola di non aver avuto la lungimiranza di trovare un finale personale che potesse funzionare (nonostante i sempre graditi omaggi al passato), e secondo poi perché non basta scomodare Nora Ephron per dimostrare di (non) essere Nora Ephron.

Se, dunque, abbiamo constatato l’importanza di uno script solido alla base di questo modello di sceneggiature, non può che essere evidente la scrittura del tutto inadeguata e piuttosto scadente della commedia diretta da Umberto Carteni. Nell’esasperato viaggio di una presunta originalità, tentando di non attribuire al film una natura canonica che spesso rende similari le opere tra loro, Divorzio a Las Vegas pecca della ricerca di un’autenticità di cui, in verità, è totalmente assente, nessun punto fermo per il film con Morelli e Delogu che si muovono come personaggi allo sbaraglio destinati a vagare per casinò e camere d’albergo statunitensi.

Non sapendo dare alla propria pellicola una struttura che corrisponda ai principi secondo cui una narrazione deve venir elaborata rispettando le componenti necessarie per la propria riuscita, facendo quindi della sorte di Divorzio a Las Vegas un vero e proprio tiro ai dadi dove la continua perdita costa al film la sua mancanza di orientamento, il film di Carteri è esattamente l’esempio paradigmatico di come non si dovrebbe scrivere una rom-com. Anche se gli intenti possono partire su una base di assoluta onestà, è la stridente combinazione tra le varie scene e i siparietti comici a vanificare i tentativi di successo della commedia italiana. Come impeditogli da una qualche forma di attrito, il film non può avanzare se non con una difficoltà che diventa notabile all’occhio dello spettatore, che cercherà pur di dare massima fiducia a quei due protagonisti a grandi linee discretamente disegnati, ma nel dettaglio sviluppati alquanto malamente, con poca sintonia tra interpreti e ruoli vestiti, che va ad inficiare ancora di più nella pellicola.

Una sceneggiatura che dovrebbe venir smantellata e tratteggiata nuovamente da capo quella di Divorzio a Las Vegas; appesantita, inconcludente, superficialmente delineata nei suoi contorni e nelle personalità dei suoi personaggi. Una commediola che, al posto di annullare il matrimonio tra i due protagonisti, dovrebbe ricominciare dalla propria storia per riedificarla fin dal principio, questa volta magari prendendo realmente spunto da chi le rom-com le ha sapute scrivere, senza dover solamente copiarne quelle poche frasi che non potranno salvarli né in nome dell’amore, né di nessun altro.

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