Emily in Paris e les clichés parisiens che tanto irritano i francesi. Perché i nostri cugini d’oltralpe stanno odiando la serie Netflix?

Emily Cooper vive il suo sogno. Arrivata da Chicago alla romantica Parigi col suo bel master in marketing, la protagonista di Emily in Paris interpretata da Lily Collins diventa una seguita influencer, riesce a mettere in contatto la propria agenzia con bramati clienti e si divide tra le nuove amicizie francesi e un amore a riva della Senna. Sembra la vita perfetta e sembra anche esserlo per la giovane Emily, che riesce a passare sopra alla continua snobberia dei cittadini parigini. Sì, perché seppur il suo entusiasmo può superare qualsiasi scherzo maligno al lavoro e non si abbatte nemmeno quando la fioraia di un piccolo chioschietto non vuole venderle delle splendide rose rosa, quello francese sembra un universo da ammirare soltanto nella sua superficie, fatta di croissant deliziosi, luci notturne e atmosfera idilliaca.

Una descrizione della fauna europea che ha fatto storcere i nasi già all’insù degli spettatori parigini, irritati dagli stereotipi che Emily in Paris ha perpetrato nei loro confronti, non facendo sconti veramente a nessuno, dai colleghi di lavoro della protagonista a qualsiasi altro abitante della capitale. Fattura che sembra continuare a essere influenzata dalla visione preconfezionata e, c’è da dirlo, antiquata degli americani nei confronti di alcuni Paesi per loro oltreoceano, dove se la protagonista avesse avuto un nuovo incarico in Italia l’avremmo sicuramente vista girare su di una vespetta per i vicoletti del centro di Roma o venir accolta all’ingresso di una pizzeria napoletana da un pulcinella e il suo mandolino. E, come se non bastasse, è l’aurea da eroina arrivata a salvare l’agenzia di lusso francese con le sue idee da americana quella con cui si presenta fin dal primo momento la protagonista Emily Cooper, giustamente non vista di buon occhio dai suoi collaboratori, nonché da tutti colori che non tollerano l’aria di superiorità e colonizzazione che l’animo statunitense sembra sostenere e riconfermare.

Sono state perciò sprezzanti le reazioni che ha dovuto subire il creatore della serie Darren Star dalla stampa europea, che se negli anni Novanta con la sua Sex and the City era riuscito a delineare un carattere iconico come quello della sua protagonista Carrie Bradshaw e a mostrare sia i pregi che i difetti della sua confusionaria, ma sempre amata New York, con Emily in Paris sembra essersi inimicato un intero Paese, che ha dovuto difendersi dalla rappresentazione stilizzata e spocchiosa che ne ha offerto. Negligenti, pigri, infedeli, interessati soltanto ai propri scopi e interessi: un ritratto per nulla lusinghiero che ha scatenato le critiche della stampa francese, che non è certo rimasta in silenzio ad osservare.

È dal sito Sens Critique che arrivano le parole: «bisogna amare davvero la fantascienza per guardare questa serie; gli sceneggiatori devono aver esitato giusto per due o tre minuti prima di decidere di attaccare una baguette sotto il braccio di un francese o mettergli in testa un berretto per renderlo più distinguibile», mentre su AlloCiné, portale aggregatore di recensioni, il giudizio complessivo è di 2,9 stelle su 5, con annesse moltissime critiche negative. Che Emily Cooper sia obbligata a tornare nella sua America per la seconda stagione o avrà finalmente imparato a guardare con nuovi e più autentici occhi al suo sogno parigino? Al momento non possiamo ancora saperlo, come non sappiamo se Emily in Paris, su Netflix dal 2 ottobre, avrà realmente un seguito dopo la prima stagione.

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