Nancy è una bambina timida che vive in un angolo del mondo dimenticato dal bene. Fortuna, dalla Festa del Cinema di Roma, incanta pubblico e critica

Si dice: l’elaborazione del trauma. Ma quello messo in atto da Nicolangelo Gelormini è qualcosa in più. Preso dai fatti reali che hanno portato alle indagini in un rione napoletano dove andavano consumandosi gli atroci abusi ai danni dei bambini, il regista al suo debutto, con a fianco nella scrittura lo sceneggiatore Massimiliano Virgilio, ha trasposto le vicende subite, reiterate e sofferte sulla pelle di chi, contro i giganti, non poteva difendersi, tramutando una storia di violenza fisica e emotiva in una favola dove alla protagonista è data l’incertezza di poter scappare.

È la messinscena l’elemento che contraddistingue, nel lavoro di Gelormini, il trattamento di un tema che, anche se di terribile già nel suo corrispettivo reale, si reinventa in analisi orrorifica di un genere che può sembrare prettamente finzionale, ma che applicato al debutto di Fortuna assume un significato che lega a quegli adulti degenerati, capaci di fare del male ai propri figli, un’atmosfera da film del terrore, quando è semplicemente la verità quella che far più rabbrividire. Sfruttando le inquietudini di una cronaca presa nel vivo e trasformata attraverso la re-invenzione dell’incubo, non scostandosi però troppo da ciò che i fatti hanno segnato e che trainano la narrazione dell’opera prima, il regista napoletano omette per esprimere al meglio il proprio racconto, esclude per rendere ancora più insostenibili le minacce che si muovono nell’ombra.

Quello che Gelormini e Virgilio hanno permesso a Fortuna è stata il caricarsi di un’impresa che non voleva passare per le parole, non voleva farsi racconto verbale che esternava nella drammaticità del copione e dei dialoghi l’abominevole condizione di prostrazione dei piccoli protagonisti, traditi da chi avrebbe dovuto salvaguardarli. È così che, nella fantasia orribile del suo tessuto filologico, nella gamma di suggestioni di una storia che poteva e voleva essere sia risoluzione alle ignobili azioni svolte sui tetti dei fatiscenti palazzi campani, che esposizione tragica delle loro conseguenze, il lungometraggio d’autore si avvale di un’immaginazione orripilante che è quella che rimaneggia la stesura completa e evocativa del film.

Rendendo superflue parole chiarificatrici e sprezzanti, utilizzando il mezzo della rimembranza e dell’oniricità per assettare i teatri della favola amarissima di Fortuna, la pellicola fa del cinematografico il suo tutto, per voler più mostrare che esplicare, entrando in dimensioni speculari e mettendole di fronte allo specchio inevitabile del cosa è stato e come può venir reinterpretato, non trovando però, in nessuna delle due chiavi, il sentiero giusto su cui potersi salvare. Se l’esasperazione è ciò che ci si aspetta di veder cavato fuori dal disagio dell’affrontare gli abusi e le molestie di minori appena apertisi al mondo, è in direzione inversa e opposta che si dirige l’opera nel suo scegliere di fare degli escamotage filmici la manifestazione del malessere e dell’angustia di quegli stessi personaggi, che nella comparazione tra ciò che è veramente stato e ciò che la mente ha riprodotto mostra tutto lo scarto di quel voler riportare con la forma cinema quell’elaborazione di cui si è trattato e che, per difendersi, assume un suo personale e inventivo significato.

Fortuna è dunque l’esaltazione del racconto per immagini che suscita più turbamento di quanto una parola, un gesto o la visione del male stesso è in grado di causare. Sono i dettagli ripetuti, incorniciati nella claustrofobica prigione di un’inquadratura. Sono gli stacchi di montaggio, l’alternarsi nervoso e irruente che lotta per predominare qualche secondo di più. Sono i suoni sgozzati, tagliati, la musica neomelodica che accompagna una danza privata, intima, resa sporca e sbagliata a causa dell’occhio che la riprende e la guarda. Quello di Nicolangelo Gelormini è un film che fa paura perché sa puntare bene sui malefici che vuole affrontare, un horror che diventa tale tanto per il suo contenuto, quanto per la volontà di renderlo con l’uso di stilemi e rimandi a iniquità spaventose.

Nel plasmarsi di una pellicola che trova la fanciullesca risoluzione, sebbene apparente, nei propri risvolti immaginifici, in una struttura che a David Lynch deve l’ideazione di una costruzione come quella del capolavoro Mullholland Drive che sdoppia diversi momenti narrativi e temporali, Fortuna turba assieme per quel pezzo di storia che rappresenta e per l’ingegnosa soluzione di dare all’abuso l’aria di un’illusione che non è mai stata, però, più vera. Un film dove gli adulti assumono i connotati dei mostri che impersonano e dove le principesse non sempre vengono tratte in salvo, ma in cui si spera di poter fuggire tutti su un altro pianeta, quello inesplorato e immacolato di un’infanzia serena.