Da una manifestazione pacifica alla rivolta più conosciuta della storia americana: ecco la recensione di Il Processo ai Chicago 7.

“Tutto il mondo ci guarda”. Allora lasciatelo guardare. Che guardi al ’68, ai carri armati fermati con i fiori, ai padri che sgridano i figli e a quest’ultimi che si ribellano andando a ballare il rock and roll. Che guardi alle rivolte per le strade, all’abuso di un’era presidenziale dettata dal rimaneggiamento della giustizia, alle migliaia di vittime che sono state perse per la guerra in Vietnam, dove il fuoco imperversava nei territori del sud-est asiatico e a fargli eco era la risposta di pace degli oppositori americani e mondiali. “Tutto il mondo ci guarda” e ha guardato alle proteste avanzate a suon di cori e lunghe ballate, di comizi fatti attorno a un falò con hippie strafatti, ai giovani protestatari alla Convention Democratica dell’estate della fine degli anni Sessanta, assistendo alla nascita e allo sviluppo dei dettami di una controcultura che segnò il distacco di una generazioni dalle radici classiste e conservatrici.

E se in alcune case, nei bar, in alcuni ancora immacolati luoghi della società moderna la storia sembrava non essere ancora passata, era per le strade delle principali città statunitensi che quella con la S maiuscola andava prendendo piede con velocità, espandendosi e allungandosi, insinuandosi in maniera tentacolare nel tessuto sociale di un mondo che stava cambiando letteralmente sotto gli occhi di chiunque. Un fiume in piena impossibile da arginare, che nella violenza subita e rigettata in nome di un ideale di parità e uguaglianza, ordine e libertà, ha visto nel processo ai sette di Chicago il punto più basso della possibilità di espressione, ma riuscendo a rendere palese la scorrettezza di un governo che ha cercato di mantenersi chiuso, arrogante e vergognosamente anti-progressista.

È proprio delle accuse e del periodo trascorso nell’aula di tribunale che Il Processo ai Chicago 7 si fa palcoscenico per la seconda regia di Aaron Sorkin e per una pellicola contraddistinta dall’acume di una penna che sferza e colpisce come lo stilettare di una lama. Immerso nuovamente nel contesto politico e, stavolta, procedurale dell’operazione targata Netflix, il regista e sceneggiatore dalla verve sferzante e i dialoghi impeccabili mischia racconto trasposto e realtà montata, ibridazione di un film che ripercorre i passi della rivolta causata dallo scontro tra polizia e manifestanti in quegli ultimi giorni di agosto nello stato dell’Illinois.

Marciando fin da principio nella sala giuridica che farà da cassa di risonanza all’accusa di cospirazione e di incitamento allo scontro da parte della branchia di sinistra guidata da Tom Hayden, Abbie Hoffaman, Jerry Rubin, David Dellinger e Bobby Seale, Il Processo ai Chicago 7 fa avanti e indietro nei ricordi di quella nottata dove la Guardia Nazionale ha assediato e circondato i manifestanti, portando la rivoluzione delle idee sullo scontro del confronto violento. La volontà di eseguire in sicurezza le proteste contro l’istituzione americana, dove i movimenti culturali, femministi, razziali sono andati convergendo nel cuore del Grand Park di Chicago, segnano gli imperativi di un tempo pronto a ribaltarsi e che, nel bruciare i reggiseni e nel radunarsi in accampamenti arroccati al centro del parco, rendevano palesi gli intenti di tantissimi, veri, assennati democratici.

L’espansione della controcultura ha così la stessa incidenza fuori e dentro l’aula giudiziaria: all’esterno è il segno del tempo che sta cambiando a rendere rilevanti gli spostamenti di tanti giovani e giovanissimi americani pronti ad opporsi al reclutamento militare per una guerra che non sentono appartenergli, mentre all’interno è l’oppressione che le si vuole applicare a sottolineare, con la risonanza della storia, il trasgressivo comportamento, l’inadeguatezza alle regole stabilite dal governo statunitense, il rigore che la presidenza Nixon vuole mantenere, opprimendo anche attraverso il mancato rispetto di indipendenza e legalità.

E, a rappresentare la rapidità degli anni che avanzano, anche Il Processo ai Chicago 7 si approccia alla sua dimensione cinematografica con la sveltezza di una pellicola i cui ritmi vengono dettati dalla musicalità della sceneggiatura e dal montaggio a richiamo del film. Scaltrezza e rivoluzione che modulano la recitazione cadenzata dei personaggi, che Sorkin va dirigendo come su una partitura affidandosi completamente alla propria sceneggiatura e lasciando che sia questa a dare l’andatura ritmica del suo film. Una precisione tale da condizionare le performance dei protagonisti, così come la descrizione dei propri caratteri, talmente ben delineati dal tratto di Aaron Sorkin da non dover far altro che essere rivestiti dai loro interpreti, trascinati completamente dalla carica coinvolgente del loro mattatore Sasha Baron Cohen, che assieme alla passione concreta dell’avvocato di Mark Rylance e alla risolutezza vuota e ignorante del giudice di Frank Langella fanno di Il Processo ai Chicago 7 un’opera di cui a essere fari sono i suoi stessi personaggi.

Controbilanciando l’assetto puramente generale e procedurale dell’opera, infarcendolo delle relazioni dirette tra personaggi e le personali ideologie che li vogliono schierati contro il potere, ma trovandoli poi tutti declinati nella loro forma più affine, Il Processo ai Chicago 7 è l’esempio di come la rilevanza dell’essere in sé sia l’essenza e la causa di uno dei processi politici più significativi della storia americana. Dove la rappresentazione materiale dell’idea stessa, in cui l’incarnazione di un intero movimento è racchiusa nella figura di sette uomini, diventa evidente riferimento a una limitazione delle libertà dell’uomo e, così, del suo diritto primario: il poter e dover esprimere il proprio dissenso e poterlo fare fino alla fine. Essere scelti non per quello che si è fatto, ma per quello che si è. E allora che tutto il mondo guardi. Che se il nostro sangue debba scorrere, allora lo faccia per tutta la città.