A cura di Martina Barone

A  dieci anni dal suo ultimo ruolo, Sophia Loren torna davanti alla macchina da presa nel film La vita davanti a sé. La pellicola, diretta dal figlio Edoardo Ponti, arriva il 13 novembre su Netflix.

Tutti lo acclamano: il gran ritorno della diva Sophia Loren. E di fatto è alquanto sorprendente il coraggio di rimettersi in gioco a circa dieci anni dall’arresto della sua carriera da attrice indiscussa nel panorama italiano e internazionale. Ma si sa, anche le stelle hanno bisogno di spegnersi prima di tornare a brillare. Che sia, poi, un semplice illuminare o irradiare energia da ogni poro poco importa. E poco importa anche che, al netto dell’emozione di ritrovare la dea Loren al cinema – o meglio, su Netflix, che è ormai la novella forma di cinematografia -, l’opera designata sia un buon prodotto pieno di carezzevoli speranze e alcune cedevolezze.

È nell’amarezza sentimentale del romanzo La vita davanti a sé diretto da Edoardo Ponti che Sophia Loren ripone la fiducia nei confronti del figlio nato dal matrimonio con il produttore Carlo Ponti, non primo lavoro girato insieme, ma operazione di indagine del libro di Romain Gary che si fa canovaccio per un’attualizzazione della storia che si allontana dalla propria trama originale, spinta a trovare nel clima sociale della nostra contemporaneità un piglio per raccontare l’incontro tra Momò e Madame Rosa. E così La vita davanti a sé si fa remake del classico del 1975 premiato con l’Oscar al Miglior film straniero e diretto da Moshé Mizrahi, ristrutturando un tessuto italico per le vicende di una ex matrona dedita alla crescita di figli di prostitute ancora sulla strada, spaccato multietnico di una comunità che deve finire di affrontare vecchi traumi, mentre la società ne squarcia altri senza pietà.

Nella mescolanza di usanze e religioni, etnie e luoghi d’appartenenza, il film di Ponti si fa contenitore di un’urgenza narrativa dedicata all’osservazione dell’aiuto e degli insegnamenti delle classi più abiette, volte tanto al possibile miglioramento della propria vita, quanto alle strade accidentate su cui i suoi cittadini in crescita possono cascare, aggiungendo una quantità sostanziale di sfortune alle esistenze dei personaggi, ma mai estremizzandole con i contornati delle tragedie più nere. È più un senso di condivisone quello che sostiene i legami e gli scambi di La vita davanti a sé, le disgrazie che sanno trovare riparo nel sapersi gli uni nelle esistenze degli altri, non riuscendo forse a capirsi fin da principio o andando a fondo, finendo comunque per scoprire più le vicinanze che ci fanno assomigliare che le differenze che ci vorrebbero opposti.

L’insieme variegato dei personaggi e delle umanità dell’opera di Edoardo Ponti si esaurisce però nel momento in cui tutte quelle differenze, tutte quelle individualità e, di conseguenza, linee narrative vanno srotolandosi per la propria strada, mostrando quanto ci sarebbe da poter dire di ogni personalità ripresa dall’obiettivo, ma di quanto il punto focale della storia non possono che rimanere Madame Rosa e il suo irreprensibile Momò. Una moltitudine di opportunità di racconto che grava leggermente sulla fattura tutta di La vita davanti a sé, ma al contempo non perde occasione di mostrare l’affetto che regia e interpreti vanno mettendo nel loro sceneggiato, cercando la connessione reale che intercorre tra quei solitari, ma finalmente vicini protagonisti, che pur negli istanti dove il film convince meno non devono temere di rimanere soli o abbandonati.

Senso di protezione che è quella madrina stessa a suscitare, quell’iconografia così ingente e totalizzante che muove lo spettatore più nei confronti del suo ritrovare Sophia Loren nei contorni di uno schermo che per il vero ruolo che le spetta nel film. È pur sempre la trepidazione del poter ritrovare il simbolo di un cinema passato a creare lo scarto che, in La vita davanti a sé, è indivisibile tra la presenza della Loren nell’opera e la sua riuscita, troppo condizionata dall’inaspettato regalo dell’interprete di donarsi nuovamente al pubblico per poter non goderne della commozione che arriva dritta agli occhi.

Dovendo sottostare alla fotografia mono-espressiva di Netflix, con una patina ben oliata per quello che vorrebbe ritrovarsi come specchio di una condizione neorealista della modernità, ma è solo contesto per un film che cerca di raccontarsi con sincerità, La vita davanti a sé ha delle buone intenzioni, però, non buone abbastanza, destreggiandosi con la pregnanza di un significato di cui si ricolma la storia, ma che va esplicandosi con timidezza ed eccessiva parsimonia. Inserendo molto, forse troppo, rispetto a quanto la pellicola è in grado poi davvero di esternare, nel film di Ponti giganteggia una protagonista che cattura lo sguardo prima di essere reinserita, ogni volta, nella convenzionalità del dramma, nella schiettezza che fa sia funzionare l’opera, che ne limita una coinvolgente espansione. La vita davanti a sé è, dunque, film umile che della bellezza senza tempo di Sophia Loren fa la sua fiaccola, così come lo è Madama Rosa per i bambini e le donne del suo quartiere. Un scintilla che, però, non sempre può bastare per riscaldare, dovendosi accontentare della tiepida semplicità del suo film.