A cura di Martina Barone

Robert Zemeckis riporta sui nostri schermi,  grazie al premio Oscar® Anne Hathaway, le streghe più cattive della nostra infanzia. Le Streghe è disponibile, da oggi, sulle principali piattaforme streaming.

Prima di tutto c’è una cosa che bisogna assolutamente chiarire: le streghe esistono.

Non sono solo vecchie zie che ci offrivano biscotti secchi con canditi e uvetta, né le vecchiette che ci sgridavano al supermercato o qualche maestra che ci ha messo per l’ennesima volta un’insufficienza durante gli anni della scuola. Le streghe esistono e sono calve, malvagie e con gli artigli. Hanno i piedi piatti perché un demone ha tagliato loro le dita, indossano delle vistose parrucche e detestano i bambini più di qualsiasi altra cosa al mondo. Anzi, non solo li detestano, ma li disprezzano, li odiano, provano ribrezzo fisico alla presenza di un bambino e cercano in ogni modo, perciò, di sterminarlo.

È il compito di tutte le streghe, affidato loro dalla sola e unica Strega Suprema, la cui attività maggiore è quella di incentivare con insulti e minacce le sue api lavoratrici e trovare nuovi modi per schiacciare come topi quei luridi, insolenti bambini. E proprio in piccoli roditori verranno trasformati i ragazzini della storia dalle tinte macabre, ma mai oscure de Le Streghe di Robert Zemeckis, calco del cult del 1990 Chi ha paura delle streghe? affidato al tempo alla regia di Nicolas Roeg e basato sul classico per bambini del 1983 scritto da Roald Dahl.

È proprio il clima della spensieratezza giocosa che si pone alla base del testo narrativo di uno dei cantastorie per ragazzi per eccellenza, autore indiscusso e indiscutibile soprattutto quando è della fantasia altamente contagiosa delle sue opere che si va a trattare, magniloquenza immaginativa riproposta nel corso degli anni proprio nell’altrettanto inventivo mondo del cinema, che non poteva che abbracciare con le sue larghissime braccia i giganti dello scrittore, i suoi bambini con poteri speciali e le misteriose fabbriche di dolci e cioccolato. Ad abbinare al racconto infantilmente sfarzoso di Dahl ci si è affidati non solo alla penna di Guillermo del Toro assieme a Kenya Barris, ma alla stessa sceneggiatura e regia di un maestro della favolistica come Zemeckis, che dalle miniature fotografate dal veterano Hogancamp in Benvenuti a Marwen lascia il mondo dell’animazione per addentrarsi in quello degli effetti speciali.

Ritocchi e trucchetti essenziali per la messinscena della cattiveria de Le Streghe, con incantesimi e pozioni pronti a mutare e alterare lo stato della realtà così come la conosciamo, per addentrarci nei meandri della sola, pura magia. Che sia poi nera, grigia, bianca, la differenza è davvero minimale. Le fantasticherie del remake hollywoodiano hanno la stessa verve di quelle del suo corrispettivo originale, mutando semplicemente gli effetti posticci in rimarcati effetti in CGI che sicuramente incidono sulla poca fruibilità di visione, ma che denotano tutta l’appartenenza a quel genere puramente irreale ed esagerato che è il filone per ragazzi.

Una pesantezza, quella dell’effettistica applicata ai personaggi e agli ambienti de Le Streghe, che viene snellita dalla semplicità di una pellicola che vuole essere esattamente quello che il romanzo di Dahl si era prefissato, portando quelle stramberie stampate a una potenza tale che risuona superiore se riverberata sulla superficie dello schermo, giungendo a compimento dei sortilegi della schiera dei suoi protagonisti. Un’essenzialità appartenente tutta ai presupposti del racconto, dove la regola numero uno è non mettere assolutamente in discussione l’esistenza delle perfide streghe e, di conseguenza, accettarne di buon grado qualsiasi bizzarria.

Una clausola che i critici d’oltreoceano non sembrano aver accettato, firmando l’ulteriore condanna sfavorevole alla carriera di quella Anne Hathaway, tra le attrici più mal viste di Hollywood, che se riveste i panni della Strega Suprema è anche per rivolgere uno sberleffo a tutti coloro che sembrano dimenticare delle performance da premio Oscar nel lavoro dell’interprete. Nella sua macchiettistica mostruosità, il personaggio della Hathaway non fa altro se non adattarsi, con adesione, alla leggerezza narrativa che è legge di appartenenza di tutta l’opera, diventando una cattiva forse meno affascinante della Anjelica Huston di Chi ha paura delle streghe?, ma perfettamente coerente con la modernità della versione di Robert Zemeckis.

In un mondo in cui accettare un dolcetto da uno sconosciuto è la cosa peggiore che tu possa fare, Le Streghe ha un pubblico circoscritto a cui riferirsi che potrà sostituire all’ingessatura forse ormai passata della pellicola dagli anni Novanta una ventata di modernità scalmanata e intenzionalmente assurda. Una fiaba fuori controllo che diverte anche e proprio lì dove il (buon) gusto va trovandosi al limite, potendo sprofondare da un momento all’altro nel baratro da cui le streghe son venute o riuscendo invece a comprendere i meccanismi volutamente kitchissimi dell’opera, godendone di più.