A cura di Martina Barone

Nuove icone del cinema italiano, Gabriele Mainetti e i fratelli D’Innocenzo, ci hanno raccontato come è nata la loro passione e i film che li hanno ispirati

Pochi, pochissimi titoli, già icone del cinema italiano. Sono due registi, anzi, tre. Da una parte Gabriele Mainetti, sorpresa lontana in quel 2015 che aveva ammaliato con il debutto Lo chiamavano Jeeg Robot, l’opera supereroistica che adattava l’americanità ingombrante e trasognata del regista e del co-sceneggiatore Nicola Guaglianone con la tipicità e la buffoneria del cinema nostrano, ibridando un genere che trovava un terreno fertile su cui germogliare, facendo del Tevere il moderno morso del ragno che trasformava il criminale solitario Enzo Ceccotti in eroe disadattato. Dall’altra i fratelli D’Innocenzo, Damiano e Fabio, voci già fortemente riconoscibili al loro secondo film Favolacce, che ha decretato con l’Orso d’argento alla miglior sceneggiatura al Festival di Berlino tutta la rilevanza di uno sguardo personale e estetizzante all’interno del panorama italiano e, perché no, internazionale.

Identità differenti, ma unite da quella vivacità dell’industria nostrana che conta sia Mainetti che i D’Innocenzo – con l’aggiunta di molti altri come Matteo Rovere, il debuttante Pietro Castellitto, altri due fratelli quali i Manetti – in quell’ondata travolgente di successi e talenti innovativi che hanno saputo ampliare la visione delle possibilità dello stile italiano. E, tra maestri del passato e aspirazioni per i propri lavori, Gabriele Mainetti e i fratelli D’Innocenzo incontrano il pubblico per due Incontri Ravvicinati alla 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma. In più, Mainetti ha presentato in anteprima mondiale i primi otto minuti del suo Freaks Out, in uscita in sala il 16 dicembre, mentre i D’Innocenzo hanno rivelato che la serie Sky a cui stanno lavorando è un poliziesco e che il loro terzo film sarà una love story.

GABRIELE MAINETTI

“Tra i tre film che ho scelto e, dunque, i tre registi che più mi hanno condizionato, il primo è L’armata Brancaleone. Insieme a I soliti ignoti non so quante volte l’avrò visto insieme a mio padre. La genesi dei miei freaks in Freaks Out ricorda molto quella dei personaggi del film di Mario Monicelli. Era un autore a cui piaceva giocare con il cinema, infatti diceva sempre “Faccio tanti film, ma sarò ricordato per quattro o cinque titoli. Quindi per il resto mi diverto, perché ad affaticarsi non ci vuole niente”. Nella leggerezza di Monicelli, però, c’è una grandissima cultura, come nella scelta di prendere Vittorio Gassman per questo improbabile e scanzonato cavaliere. Non solo era riuscito a intravederne il genio comico, ma credeva davvero in quello che c’era da fare e questo creava la sua meraviglia.”

“Per quanto fosse il più internazionale di tutti, in Sergio Leone si percepisce la vera romanità. Non fu un regista particolarmente apprezzato dalla critica a suo tempo, ma era difficile accorgersi di una tale libertà di visione, molto politica e sociale visto che parlava agli ultimi. Sergio Leone si accorgeva di loro, in un paese in cui andavano avanti solo i vincitori e la crescita esponenziale della sua visione e della bellezza dei suoi film parte da Per un pugno di dollari in poi.”

“Credo che E.T. sia stato il primo film che ho visto al cinema o questo almeno è quello che mi piace pensare. Vorrei che il mio lavoro fosse vicino a quello si Steven Spielberg, ma per farlo in maniera territoriale la prima cosa a cui pensare è come renderlo credibile. E come farlo? Tramite i personaggi. È come diceva Ennio Flaiano: se vedo un alieno camminare per Roma devo approcciarmi a come lo vedrebbero intorno, come reagirebbe la gente. E.T. per me è come l’amico immaginario di Inside Out che sta lì a proteggere i ricordi. È stato il film che ha fatto capire a Spielberg che era arrivato il momento di avere dei figli e di intraprendere una strada lavorativa più matura. Guardare i film di Steven Spielberg mi ha portato a chiedermi: ma perché noi non li possiamo fare? Perché non possiamo sognare? È così che abbiamo lavorato sulla tridimensionalità di Lo chiamavano Jeeg Robot, anche attraverso delle maschere tragiche che potevano far ridere.”

DAMIANO E FABIO D’INNOCENZO

Damiano: “I ragazzi della 56ª strada ci hanno aperto tante crepe. È stata la vhs che abbiamo consumato di più e anche il film che ci ha fatto mettere gobbi a scrivere. Potremmo dire quasi che pensiamo sia un po’ un nostro film, visto tutte le volte che lo abbiamo visto. Subito dopo, poi, arriva Space Jam, che dovrebbe essere stato il nostro primo film al cinema insieme a Titanic.”

Fabio: “Quello che ci interessa nel cinema e nella verità è ciò che di invisibile ci accade davanti agli occhi e nasconde un mistero bellissimo. È ciò che ci porta a inquadrare nei nostri film, che mi porta a scattare le mie fotografie. Non so mai cosa voglia dire in verità quello che immortalo con l’obiettivo, l’importante è che si porti dietro una domanda. Se questa è la sensazione che ti lascia, se rappresenta un quesito irrisolto, allora è quella giusta.”

Damiano: “Se dovessero chiederci una cosa in cui siamo bravi, risponderei il dirigere gli attori. Forse è davvero la sola cosa che sappiamo fare. Ogni tanto bisogna farsi da parte in una scena e lasciare che a condurla sia colui che deve viverla. Piangere non è mai difficile al cinema, sono i sospiri precedenti al pianto la parte importante. Se ne La terra dell’abbastanza abbiamo lasciato al personaggio di Mirko, ossia Matteo Olivetti, la libertà di sfogarsi dopo la morte di Manolo, in Favolacce abbiamo trascurato e chiuso in una stanza da solo Elio Germano prima di fargli trovare i suoi figli la mattina del finale del film. Quando hai scelto un attore devi imparare ad adattarti alla sua sensibilità.”

Fabio: “Quando leggo che siamo dei registi mi pare assurdo. Noi, in realtà, siamo spettatori. I soldi che facciamo ci servono solo a pagare il biglietto per andare al cinema. A noi i film ci hanno salvato la vita. Sappiamo l’incidenza che possono avere su anima e sensibilità delle persone. Per noi non è mai esistita una contrapposizione tra cinema e cinema, si tratta soltanto di tipologie di esperienze diverse. Se nella vita ho fatto alcune cose è perché le ho viste in pellicola. Quello che facciamo sedendoci e guardando nelle vite degli altri è cogliere elettricità da quel mistero.”

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