Che fretta c’era? Maledetta Primavera! Dalla regista di Chiara Ferragni – Unposted, la recensione della pellicola con Micaela Ramazzotti 

Sono in macchina e si stanno dirigendo verso il mare in direzione Circeo. Sono tre passeggeri, un guidatore. La mamma mette la cassetta nella radio mentre accaldata tira dritta sull’asfalto, con il piccolo fratellino e la sorella maggiore suoi sedili posteriori insieme a quella nuova amica conosciuta a scuola. Nell’accaldata atmosfera di una scena come tante – come davvero tante, troppe altre – dalle casse del veicolo parte la voce di una giovane Loretta Goggi con il suo brano più famoso, l’inno all’amore negli anni più dolci e tormentati dell’esistenza, a descrivere quei primi passi nelle relazioni e nello scambio di affetti in cui, per innamorarsi, basta un’ora.

È da questa sequenza di canto che prende il titolo Maledetta primavera, opera a metà tra racconto di formazione e metà storia autobiografica, che vorrebbe esplorare le dinamiche familiari ed emotive di un’adolescente scombussolata dai cambiamenti della propria vita, inevitabili e spaventosi come solo a quell’età sembrano essere. Non solo, infatti, il dispiacere di essersi dovuti trasferire da una casa che le piaceva tanto a un appartamento situato nei comprensori di un quartiere di periferia, Nina (Emma Fasano) deve anche affrontare il turbamento causatole dall’incontro con l’irascibile e incompresa Sirley (Manon Bresch), per cui prova un’amicizia che sembra spingersi oltre la semplicità del divertirsi e del spendere il tempo insieme.

Elemento, quella della scoperta di un’attrazione che la regista di Maledetta primavera Elisa Amoruso esprime con la delicatezza di un bocciolo pronto a fiorire, che va a confluire nelle mille e mai realmente varcate soglie che il film della regista e sceneggiatrice italiana va descrivendo nel dramma tra l’adolescenziale e il famigliare, cercando di aggrapparsi a entrambe le possibilità di racconto, non traendo salvataggio da nessuna. L’oltrepassare in continuazione i temi che la pellicola si era prefissata di trattare, cercando in un quadro molto grande di far entrare le tante e più intuizioni che la Amoruso ha pensato in scrittura con Paola Randi e Eleonora Cimpanelli, costa alla pellicola un sovrastarsi continuo di argomentazioni e vie rimaste spalancate, lasciando la sensazione inconcludente di chi non ha avuto nulla di reale da recepire.

Una suggestione che si ripercuote a ogni tematica che Maledetta primavera prova ad esaminare, ma che l’eccessivo trasporto verso i personaggi fa in modo di non consentirne una linea più dura e centrata sull’ordine e il fine dei fatti, avendo l’impressione che il film abbia voluto dire da subito qualcosa allo spettatore, ma che, nella frenesia di condividere il proprio ricordo, finisce per raccontarla con appendici il cui approfondimento non è contemplato. E, costringendo dunque a un riassemblaggio delle molteplici linee che la storia ha intrapreso, confrontando quello che realmente è arrivato e quello che, invece, è finito presto nel dimenticatoio, la pellicola di Elisa Amoruso ha la dolcezza tenera dell’indagine personale e comune, umana e universale degli anni di giovinezza; un’animosità del tutto sprecata nel ritorno vacuo e sbiadito che viene restituito al suo pubblico, avvolto da quella delicatezza intima e spaventosa, ma insieme estraneo alle motivazioni interne dei personaggi.

Una conseguenza che pregiudica il coinvolgimento generale a causa di un nucleo insufficientemente solido, muovendo fili intorno più per il gusto di creare il clima ideale delle dinamiche relazionali, che rapportarsi con efficacia al binomio del primo amore e delle disfunzionalità della famiglia. Amore che un’interprete come la francese Manon Bresch, oggetto di curiosità dell’adolescente Nina, rende difficile da credere e assimilare, più in posa che appartenete allo spazio cinematografico davanti alla macchina da presa, dimenticando che di fronte all’obiettivo non ci si deve mostrare, bensì bisogna lasciare spazio al personaggio. Una recitazione, della Bresch, perciò finta e esasperante, che nemmeno la ponderatezza e arguzia della co-interprete Emma Fasano riesce a controbilanciare, facendosi punto insofferente della pellicola.

Nel giro di racconti che Maledetta primavera vuole dare, giocando di manierismi che stabiliscono un tono apprezzabile per la morbidezza della regia e del tono che riesce a stabilire, è nel suo insieme che il film tende a perdersi in sé stesso come in quegli anni confusi, distratti, a scrutare i litigi dei genitori e a sfiorarsi sul pavimento di una cameretta rosa. Un contesto ideale per una narrazione ancora acerba, sbocciata in una stagione ancora troppo arida e decisamente acerba.

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