A cura  di Cristiana Puntoriero

Diretto da Ben Wheatley e interpretato da Lily James e Armie Hammer, Rebecca tenta di far rivivere sullo schermo il fascino di Hitchcock senza convincere del tutto.

Se un’assenza è così incombente da farsi onnipresenza, le ombre della comparazione con Hitchcock,  gravano sulla versione moderna di Rebecca, adattamento del romanzo di Daphne du Maurier, stritolando e offuscando un tentativo che appare gracile e svigorito. La stessa lettera “R” dipinta, ricamata e incisa sugli oggetti personali della prima moglie del ricco aristocratico Mr. De Winter che marcano ossessivamente la sua presenza, mai svanita,  nell’enorme cottage/castello di Manderley, nella versione di Ben Wheatley è l’”H” di Hitchcock che, si spera di riuscire a  scorgere in qualche fenditura di gotico o in qualche sottile sospensione psicologica che, ahinoi, l’interpretazione di Netflix sembra esserne scarna.

Alla dubbiosa spigolosità del volto enigmatico di Laurence Olivier, Wheatley sceglie l’elegante sex appeal di Armie Hammer e all’identità acerba e bonaria di una femminilità in costruzione incarnata da Joan Fontaine si sostituisce invece il volto fiabesco, ma impersonale, dell’eterna cenerentola Lily James. Un amore più corporale e romantico rappresentato -e volutamente più sensualizzato- nelle ambientazioni estive di una natura amena dove le palette cromatiche accentuano quel paradiso-bolla nel quale i due si conoscono e s’innamorano. Verso colei che diventerà la nuova signora de Winter viene riservato un certo ghigno di disapprovazione, sguardi e giudizi che cicatrizzano ferite di inadeguatezza già dolenti. Arrivare a Mandeley vuol dire dunque prendere coscienza di un matrimonio fatto di segreti e non detti, dove non solo aleggia il fantasma della prima moglie Rebecca,  ma dove serpeggia la netta disapprovazione di una governante interpretata da un’algida Kristin Scott Thomas che assiste e sabota l’unione fra i due conscia di una morte poco chiara e che ha un colpevole.

Sulla scogliera a strapiombo sul mare, s’infrangono le onde e le ombre di una morte dai contorni incerti, un corpo trovato, anzi ri-trovato e riconosciuto che fa confessare e che non si risolverà in un’aula di un tribunale ma rimarrà incerta come una verità che vacilla ancora a porte chiuse.

Il regista di Free Fire (2016) si mette alla prova in Rebecca, con un film premio Oscar, non cercando la somiglianza, ma piuttosto il richiamo autoriale in alcune scene che rievocando all’originale mancano però di vibrazioni horror all’altezza della suspense hitchcockiana. Ingiusta ma necessaria, la comparazione con il passato può sostituirsi con il suo annullamento, scegliendo di essere visto agli occhi del mondo con la propria individualità e la propria versione originale. Il regista e la sua protagonista sembrano posizionati sulle stesse tracce, parti uguali e scambiabili di un destino beffardo. Se Ben Wheatley è Mrs. De Winter, allora Rebecca è Hitchcock. Personaggio e regista si sostituiscono e si confondono, in un film il cui destino della protagonista appare lo stesso del regista al di qua dello schermo.

Con una regia solida e moderna costretta a modificare ed allungare alcune sequenze dall’originale come quella del ballo e del processo finale, Rebecca nella versione Netflix manca di mordente e appeal, scegliendo il brivido romantico rispetto a quello dell’atmosfera gotica da thriller psicologico. La storia d’amore tende al melò ma quello melenso, patinato, da soap. Hammer e James nella loro modernità visiva e gestuale rappresentano una versione di eros e thanatos di certo più lussureggiante e carnale dell’originale ma che mancano di una profondità cupa e sofferente. Sta dunque agli occhi di guarda scegliere  di vedere un film o un remake, un’interpretazione ad un prototipo.

Se Mr. De Winter sembra domandarsi se può amare questa nuova compagna, nonostante non sia Lei (R), può lo spettatore amare questo film, nonostante non sia fatto da Lui (H)?