Pete Docter, vincitore del Premio alla Carriera alla Festa del Cinema di Roma 2020, apre la rassegna cinematografica con il suo Soul, un film sul vero senso della vita.

Quello dell’uscita di Soul è un anno particolare. Una pandemia mondiale, cinema chiusi con piattaforme streaming che partono alla rivalsa, bisogno di isolarsi in casa per mantenere una sicurezza che, è difficile da ammettere, ma non abbiamo mai sentito così attaccata. Come tanti, troppi lungometraggi che avrebbero dovuto fare di questo 2020 un anno cinematografico squisitamente appagante, Soul ha visto dunque saltare la propria uscita con un annuncio catastrofico da parte di Disney e della sua estensione Disney+, scatenando le rivolte di un’intera industria e dei suoi esercenti, che quasi a mo di sberleffo hanno visto definire la data di rilascio del film animato direttamente in digitale dal 25 dicembre, uno dei giorni dedicati al cinema per antonomasia.

Particolare, quindi, proprio perché dal canto suo, Soul dichiara quello che a chiare lettere, in questo momento assolutamente sconsolante, ci viene fermamente impedito. Vivere è l’imperativo della pellicola d’animazione di un regista di gran maestria quale Pete Docter e del suo co-regista Kemp Powers, che non solo arriva spedito da un’altra sferzata all’emotività dopo il suo indimenticabile Inside Out, ma figura ormai come identità di spicco di questa inedita Disney/Pixar risorta – anche se mai veramente perita – in questa era post John Lassater. È perciò un capo tra i capi a mettersi nuovamente alla prova continuando su una strada che proprio le sue creature Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura avevano iniziato a solcare. Se sono state prima le emozioni a venir prese ad esempio di possibili caratteri protagonisti, questa volta è toccato all’anima farsi oggetto di rappresentazione visiva e venir trasposta nel suo plasmarsi e prendere forma fino a veder scattare dentro di sé – e il pubblico – quella famosa scintilla.

Nel desiderio di voler tornare a qualcosa di così primordiale, talmente ancestrale da essere estremamente difficile da raccontare, Docter e Powers assieme allo sceneggiatore Mike Jones tendono a semplificare le forme che vanno a comporre l’Ante mondo e l’Altro Mondo per la descrizione di universi impercettibili, ma che si fanno culla di tutto ciò che saremo e ciò che siamo stati. Realtà metafisiche in cui Soul trasporta durante la visione per dare senso alla propria storia, continuando a svincolarsi dalla canonicità delle narrazioni animate, abbandonato totalmente uno strutturalismo che vede ormai i protagonisti Disney/Pixar dover affrontare nemici che non sono più fisici, ma fanno intrinsecamente parte dell’idea stessa della loro esistenza. È l’esplorazione nelle profondità di concetti a volte così inafferrabili eppure talmente delineati al millimetro a fare del prodotto Disney/Pixar un ulteriore ritratto di ciò che fa di noi degli esseri umani e che ci mette di fronte all’opportunità di comprendere qualcosa di più profondo, attraverso la più innocente, e per questo veritiera, delle avventure.

Nel rimbalzare continuo tra ciò che ci differenzia per i sogni che abbiamo e gli scopi per cui siamo stati mandati su questa terra, è delle ragioni per cui vivere che Soul tratta con una complessità che si attorciglia su se stessa, per poi dispiegarsi come una melodia all’apparenza stonata, ma che sta cercando solamente il ritmo jazz con cui andare avanti. E, proprio come quella musica scombinata eppure piena di brio e dinamicità, è l’improvvisazione a cogliere di sorpresa i personaggi, soprattutto quando ogni dettaglio sembra essere stato così bene inquadrato e tende, invece, a venire sconvolto. L’aldilà, il ventre famigliare che accudisce fino alla partenza per atterrare sulla terra – vero e proprio tuffo nel vuoto che determina l’inizio del tutto – e quella dimensione sospesa e irreale si fanno tasselli di una formazione di cui ognuno di noi sente di far (e di aver fatto) parte, il permetterci di guardare in uno spioncino che affaccia lì su come siamo e ci spiega da cosa derivano i nostri sogni.

In un processo articolato che prova a spiegare con bonarietà lo sviluppo delle passioni e il porre sotto una lente molto più che plausibile i destini che le persone sembrano avere scritti per loro, è la chiave realista a personalizzare la maturità di un discorso che Soul vuole centrare con criticità prima ancora di permettergli di diventare utopistico e trasognante, sorprendendo per la dose di verità di cui vuole caricarsi, dove desideri e scopi assumono tutt’atro valore nella vita. Se quello della musica è ciò per cui il protagonista Joe sente di essere nato, con quella spinta che lo porta avanti nelle giornate per avere finalmente l’occasione di dimostrare il proprio talento, è nel diventare mentore della piccola non-nata anima 22 che la propria esistenza assumerà il senso, lo scopo che non sapeva nemmeno di aver sempre posseduto, in una riflessione sull’importanza di comprendere davvero quello per cui vale la pena prodigarsi e per cui vale la pena vivere.

Su di una colonna sonora che eleva ancora una volta Trent Renzor e Atticus Ross tra i più intensi compositori dei nostri tempi, Soul fa della musica la vera porta dell’anima e la maniera con cui fantasticare su di un’animazione che si libera di ogni sovrastruttura per tornare ai punti, alle linee, allo spazio disteso a perdifiato. Le forme prime si uniscono alle vibrazioni del tappeto sonoro e prendono così gli angoli e le sfumature che riportano Soul ai rudimenti dell’arte visiva, risultati che sembrano prendere dagli esperimenti dell’animazione e che, nel film di Pete Docter e Kemp Powers, si giostrano tra la contemporaneità della tridimensionalità di oggi e la superficie dei segni originari di ieri.

Nell’epoca assurda in cui stiamo vivendo, Soul fa doppiamente male perché ci ricorda di dover dare un significato a qualsiasi cosa vogliamo fare della nostra esistenza e farlo, però, pensando prima di tutto a vivere, perché quello per cui siamo fatti è camminare su questa terra. Un film essenziale ed esistenziale. Un film che soltanto la Disney/Pixar avrebbe saputo fare.